Il ritmo della città, visto da fuori, sembrava quasi ordinato. Ma bastava spingere la pesante porta in alluminio e vetro della redazione per capire che l'ordine, lì dentro, era un’illusione spazzata via dal ticchettio frenetico delle tastiere e dal brusio costante delle telefonate.
Mattia si fermò sul pianerottolo per un secondo, aggiustandosi la tracolla della borsa di pelle che s'era comprato al mercato per l'occasione. Indossava il vestito buono, o almeno quello che nel suo armadio somigliava di più a un abito professionale: una giacca grigia leggermente troppo profonda sulle spalle e una camicia stirata con una cura quasi maniacale. Le mani gli sudavano. A ventiquattro anni, con la voce ancora pronta a incrinarsi per l'emozione, sentirsi fuori posto era diventata la sua condizione naturale.
Fece un respiro profondo, varcò la soglia ed entrò.
L’ingresso non assomigliava alle redazioni patinate dei film. C’era un odore acuto di caffè stantio, carta stampata e umidità. Lungo i corridoi si intravedevano uffici aperti, scrivanie sommerse da faldoni incasinati, tazze sbeccate e monitor accesi su agenzie di stampa in continuo aggiornamento. Cronisti navigati camminavano a passo svelto urlando al telefono, mentre giovani praticanti correvano da una parte all'altra con risme di fogli appena stampati.
Al centro del foyer, dietro un bancone semicircolare in finto marmo, c'era l'unica isola di apparente controllo nel mezzo del caos.
«Buongiorno... scusi, io sarei Mattia...» mormorò il ragazzo, avvicinandosi.
La donna dietro il bancone non sollevò subito lo sguardo dal computer. Indossava un completo rosso vivo – un tailleur smagliante che tagliava a metà il grigiore dell'ufficio – e portava i capelli neri legati in una coda di cavallo alta, perfetta e tirata, che oscillava a ogni minimo movimento della testa.
Finì di digitare una sequenza rapida sulla tastiera, poi alzò gli occhi. Aveva uno sguardo sveglio, affilato, di chi in quel posto vedeva passare centinaia di facce nuove e dimenticava quasi tutte entro il fine settimana.
«Mattia Rosetti?» chiese, senza attendere davvero una risposta. Controllò un foglio di parte. «Il nuovo praticante per la cronaca locale?»
«Sì, esatto. Oggi è il mio primo giorno.» Mattia abbozzò un sorriso timido, ricacciando le mani nelle tasche della giacca per nascondere il tremolio.
La donna gli rivolse un’occhiata rapida, squadrandolo dalla punta delle scarpe lucide fino alla pettinatura fin troppo ordinata. Un piccolo sorriso divertito le piegò l'angolo della bocca.
«Lì dentro sopravvivono in pochi dopo il primo mese, Rosetti. Ma non farti spaventare prima del tempo,» disse con una punta di ironia nella voce, allungando una mano per consegnargli un badge plastificato. «Io sono Marisa. Gestisco l'ingresso, gli orari, le chiamate dei lettori svitati e, in pratica, il fegato di metà dei giornalisti di questa baracca. Se hai bisogno di qualcosa che non sia uno scoop servito su un piatto d'argento, chiedi a me.»
«Grazie, Marisa. Piacere,» rispose lui, agganciando il badge al bavero della giacca.
«Il direttore ti sta aspettando nel suo ufficio. In fondo al corridoio a destra, porta a vetri opachi. Se senti urlare, non preoccuparti: sta solo chiedendo il caffè,» aggiunse Marisa, indicando con la penna la direzione. Poi, con una rapida mossa della coda di cavallo, tornò a fissare lo schermo. «In bocca al lupo, ragazzo. Ne avrai bisogno.»
Mattia ringraziò con un cenno del capo e s'incamminò lungo il corridoio. Passando accanto alle vetrate delle stanze operative, vedeva i volti dei suoi futuri colleghi: sguardi concentrati, facce stanche, firme prestigiose di cui aveva letto gli articoli per anni con ammirazione. Tutti sembravano sapere esattamente cosa fare e dove andare. Nessuno fece caso a lui.
Giunto davanti alla porta del direttore, Mattia esitò un attimo. Si guardò le mani, fece un altro tiro d'aria e bussò. Non poteva ancora sapere che le sue prime settimane in quell'edificio sarebbero state un lungo susseguirsi di dubbi, articoli tagliati e frustrazione. Né poteva immaginare che, di lì a poco, una semplice cassetta della posta e una busta color giallo canarino avrebbero cambiato per sempre la sua vita.

Commenti
Posta un commento