Roma. O meglio, una gigantesca, rumorosa e caotica spazzatura a cielo aperto che gli umani del posto insistevano a chiamare "Caput Mundi".
Ero sdraiato su una tegola scheggiata sopra il cornicione di una insula a tre piani, nel cuore pulsante della Suburra. Sotto di me, un fiume umano urlava in una lingua dura, piena di consonanti sgraziate e vocali sbraitate: mercanti che decantavano la loro merce nauseabonda, legionari in libera uscita che facevano risuonare i loro passi di sulle pietre della strada, e matrone sbraitanti che gettavano acqua sporca dalle finestre senza curarsi di chi passava sotto.
Che caduta. Che ingiustizia cosmica.
Nella mia precedente, gloriosa esistenza ero Tepeznef, il Favorito di Bastet, l'Ombra del Faraone, il gatto più venerato delle due terre, agghindato con un collare d'oro massiccio e adagiato su cuscini di seta rossa nella Sala della Calcite. Ricordavo perfettamente il profumo di mirra, i datteri freschi e la fedeltà assoluta del mio amato Ipy, che decifrava ogni mio minimo movimento di baffi come un oracolo divino.
E qui? Qui ero un randagio.
Un gatto dal mantello scuro come la notte senza luna – unico tratto di pura nobiltà che il destino mi aveva risparmiato – costretto a contendere un riparo dalla pioggia a topi grassi come maiali e a sfuggire alle pietrate dei monelli di strada.
«Pst! Nerino! Vieni qua, bel gattaccio!»
Chiusi gli occhi con lenta, aristocratica sofferenza. Una pescivendola dall'aria matronale, con le braccia grosse come prosciutto e un grembiule macchiato di sangue di spigola, stava scuotendo una testa di pesce rinsecchita verso il mio cornicione.
“Nerino”. Mi avevano battezzato così. Un nome buono per un cagnolino da cortile o per un coniglio da pentola. Se solo quella donna avesse saputo che la creatura a cui stava offrendo uno scarto puzzolente aveva fatto tremare il fratello di un Faraone e salvato l'erede di un impero, si sarebbe inginocchiata nella polvere a chiedermi perdono.
Tuttavia, la nobiltà d'animo non riempie lo stomaco.
Con la grazia misurata che si addice a un Re in esilio, scesi dal cornicione con due balzi elastici, atterrando sul banco di legno della pescivendola senza fare il minimo rumore. Non mi gettai sulla testa di pesce come un volgare gatto di gatteria. Mi sedetti, avvolsi la coda attorno alle zampe anteriori e la fissai con un solo, lungo, penetrante sguardo dorato.
La donna si bloccò a metà gesto, la mano a mezz'aria. Per un istante, nei suoi occhi da popolana romana passò un brivido. La stessa scintilla di timore reverenziale che vedevo negli occhi dei sacerdoti di Amon-Ra.
«Per Ercole...» mormorò la donna, abbassando il tono di voce. «Guarda come sta dritto. Pare la statua di una divinità di quelle che portano i mercanti dall'Egitto...»
Saggia femmina, pensai. Hai impiegato solo tre settimane a capire che non hai davanti un semplice cacciatore di topi.
Afferrai la testa di pesce con delicatezza, evitando di sporcarmi i baffi, e con un salto tornai nell'ombra del vicolo. Il pasto era mediocre – niente a che vedere con il pesce del Nilo grigliato alla perfezione nelle cucine reali –, ma mi avrebbe dato le forze per la mia vera missione.
Perché io non ero finito a Roma per caso. I gatti sacri non nascono tra le rovine senza un motivo.
Mentre masticavo con compostezza, sentii il rimbombo lontano delle trombe dei Vigiles e il vocio agitato proveniente dal vicino Foro di Cesare. Negli ultimi giorni, le ombre della città si stavano riempiendo di uno strano fermento: veleni tra le coppe dei senatori, incendi "fortuiti" nei magazzini del grano al porto fluviale e uno strano lezzo di cospirazione che puzzava maledettamente di già visto.
Sputai la lisca pulita e mi leccai la zampa con cura.
“Roma sarà pure una giungla di pietra,” pensai, arricciando i baffi verso il cielo grigio dell'Italia, “ma ha disperatamente bisogno di qualcuno che sappia leggere i segni nell'ombra. Manca solo un piccolo dettaglio: devo trovarmi un nuovo umano da istruire. E stavolta farò in modo che impari in fretta.”

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