In arrivo l'ultimo personaggio di Marcolani: il commissario Giorgio Savignoni. Ma attenzione, niente distintivo né sirene: non è un commissario di polizia, ma un commissario prefettizio pronto a rimettere in sesto un Comune sciolto.



Quando un Comune salta — che sia per beghe di palazzo, bilanci dissestati o infiltrazioni poco raccomandabili — non arrivano i panni caldi della politica: arriva un commissario prefettizio. E quando la faccenda si fa ingarbugliata, il Ministero dell'Interno pesca dalla sua riserva più solida e srotola la pratica sulla scrivania di Giorgio Savignoni.

Niente distintivo alla cintura, niente sirene spiegate o pistole nella fondina. Il commissario Savignoni non arresta i cattivi e non c'entra nulla con la polizia; lui fa qualcosa di molto più spietato: spulcia le delibere, spiana i bilanci creativi e restituisce la realtà a chi si era abituato al vizio.

A cinquantasei anni, con il grado di viceprefetto vicario e il ruolo di Commissario Straordinario del Ministero dell'Interno, Savignoni conserva un'eleganza senza sfarzo e uno sguardo da burocrate d'acciaio, temperato da un fondo di ironia disincantata. Cammina sempre con un'immancabile borsa in pelle consumata stipata di faldoni e un taccuino nero su cui annota ogni dettaglio a penna stilografica.

Laureato a Bologna in Giurisprudenza con il massimo dei voti, ha preferito la carriera prefettizia alla magistratura. In trent'anni di servizio si è costruito la fama del guastafeste: il funzionario inflessibile ma equo che Roma spedisce nei Municipi quando i consigli comunali vengono sciolti con decreto del Presidente della Repubblica. Ha gestito ogni genere di emergenza amministrativa, dai piccoli paesi montani travolti dai debiti della giunta fino ai Comuni della fascia costiera commissariati per condizionamento mafioso. Non cerca il consenso, non deve farsi votare da nessuno e non fa sconti alle consuetudini locali, convinto com'è che un'amministrazione si giudichi dalla regolarità degli atti e non dalle promesse da palco.

La pioggia batteva insistente sul parabrezza mentre l'auto di servizio imboccava il rettilineo verso il cartello stradale che segnava l'ingresso nel paese. Giorgio Savignoni si sistemò il nodo della cravatta nello specchietto retrovisore e diede un'ultima occhiata al faldone appoggiato sulle ginocchia.

Sulla copertina in cartoncino rigido campeggiava l'intestazione della Prefettura e la dicitura in stampatello nero: Decreto di scioglimento del Consiglio Comunale.

In molti, vedendo il suo titolo nei documenti ufficiali, si aspettavano di trovarsi di fronte a un poliziotto pronto a fare perquisizioni o interrogatori nei corridoi del Municipio. Ma Savignoni con le forze dell'ordine non condivideva le mansioni, soltanto il rigore. Lui era l'uomo che lo Stato inviava sul campo quando la democrazia locale andava in corto circuito. Dove i sindaci cadevano — per sfiducia, dimissioni in blocco o per ombre molto più scure sui corridoi del potere — arrivava lui. Non applicava il codice penale, ma il Testo Unico degli Enti Locali: una disciplina forse meno scenografica della prima, ma altrettanto affilata.

L'autista accostò davanti all'imponente portone in legno del Municipio. Fuori non c'erano comitati d'accoglienza, né fascia tricolore, solo il silenzio surreale delle stanze d'aspetto vuote e il rumore dei passi dei dipendenti che lo guardavano dietro le vetrate, divisi tra la paura del controllo e la speranza di un ripristino dell'ordine.

Savignoni scese dall'auto, strinse la presa sulla sua borsa di cuoio e salì i gradini della scalinata d'ingresso. Il sindaco uscente era già un ricordo; da quel momento in poi, fino a nuove elezioni, il Comune era lui.


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