Aeroporto di Mosca-Šeremet'evo, 7 dicembre
Il carico della collezione Romanov si era svolto con una precisione quasi noiosa. Nessun contrattempo, nessuna sirena, nessun imprevisto: dodici casse blindate sigillate con sigilli in titanio e codici dinamici, stivate con cura maniacale nella stiva di coda del volo charter commerciale prenotato per l'occasione.
Conclusa la procedura a terra nell'hangar di massima sicurezza, Samuel si era sfilato i guanti da lavoro e aveva controllato i documenti per l'ultima volta. Come Michail Kurienko, agente scelto della sicurezza statale, la sua uniforme era una semplice giacca tecnica d'ordinanza con il distintivo al petto, sobria e priva di armamenti in vista: per evitare allarmi o speculazioni mediatiche in caso di soffiate, il volo doveva sembrare un normale collegamento di linea con un piccolo contingente di passeggeri e addetti ai lavori.
I due agenti incaricati della scorta non potevano di certo viaggiare chiusi nella stiva a diversi gradi sotto zero. Terminata la messa in sicurezza del carico, Samuel e il suo collega di turno, un veterano taciturno di nome Igor, avevano risalito la scaletta interna e preso posto nella prima fila della cabina passeggeri.
Igor si era subito sprofondato nella poltrona, chiudendo gli occhi con la rassegnazione di chi ha alle spalle centinaia di ore di volo. Samuel, al contrario, tenne i sensi allertati.
Non appena l'aereo raggiunse l'quota di crociera e il segnale delle cinture si spense, Samuel si alzò con la scusa di sgranchirsi le gambe. Passeggiare lungo il corridoio, scambiare due parole di circostanza con la hostess o fare un cenno di intesa agli altri passeggeri faceva parte della routine per mantenere un'aria del tutto naturale.
Fu durante il secondo giro verso la coda dell'aeromobile che la notò.
Sulla fila quattordici, lato finestrino, sedeva una donna dai capelli scuri raccolti in uno chignon rigido. Indossava un cappotto di lana grigia e manteneva una postura innaturalmente rigida. Ma non fu l'atteggiamento fisico ad attirare l'attenzione di Samuel, quanto la posizione delle sue mani.
Nonostante la modalità aereo fosse attiva e il Wi-Fi di bordo consentisse l'uso dei dispositivi, la donna teneva lo smartphone in posizione ribassata, quasi incassato tra le ginocchia. Ogni volta che muoveva le dita sul touchscreen, ruotava leggermente la spalla sinistra per schermare il display dallo sguardo di chiunque passasse lungo il corridoio. Non stava digitando un messaggio di testo con la classica disinvoltura di un passeggero: i suoi movimenti erano ritmici, cadenzati, quasi stesse inserendo stringhe di codice o sequenze mnemoniche.
Samuel rallentò appena il passo, fingendo di controllare la chiusura di una cappelliera sopra la fila quindici.
Sfruttando il riflesso nel vetro oscurato dello scomparto superiore, riuscì a cogliere uno sprazzo dello schermo: non era una chat, né una pagina web. Era un'interfaccia scura, spartana, su cui scorrevano brevi righe di testo alfanumerico prima che la donna, avvertendo la presenza di qualcuno sopra di sé, bloccasse lo schermo con uno scatto impercettibile del pollice.
La donna alzò lo sguardo per una frazione di secondo. I suoi occhi incrociarono quelli di Samuel, che le rivolse un sorriso professionale, del tutto neutrale, da perfetto agente di custodia in servizio di routine.
«Tutto bene, signora? Serve qualcosa?» chiese Samuel in perfetto russo, con la cadenza impeccabile che aveva affinato nei suoi anni con Irina.
«No, grazie. Tutto perfetto,» rispose lei con tono freddo, riponendo lo smartphone nella borsa di pelle prima di voltarsi verso il finestrino.
Samuel accennò un lieve inchino col capo e riprese a camminare verso la parte anteriore della cabina. La donna aveva risposto in russo senza accento, ma la rapidità con cui aveva nascosto il telefono e la tensione impercettibile del suo collo parlavano chiaro.
Tornato al suo posto in prima fila, Samuel si sedette accanto a Igor, che continuava a sonnecchiare. Sfilò lentamente il suo auricolare di servizio criptato e sfiorò il microfono integrato nel colletto della giacca, impostando la frequenza riservata sulla rete dei Cinque.
«Qui Kurienko,» mormorò a voce bassissima, schermandosi la bocca con la mano come se stesse sbadigliando. «Carico in stiva intatto. Ma abbiamo una nota stonata a bordo. Fila quattordici, lato finestrino. Tieni pronto il comitato d'accoglienza a Praga, Riccardo. Qualcuno sta giocando con la tastiera un po' troppo nell'ombra.»

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