Quando la voce di Avril Lavigne canta «Alice, Alice...» nella colonna sonora del film di Tim Burton, è facile che la mente compia un cortocircuito e sostituisca quel nome con quello di Clarice Starling. Dopotutto, la discesa della giovane cadetta dell'FBI nei meandri del crimine psicopatico assomiglia in tutto e per tutto a una spaventosa caduta nella tana del coniglio, trascinata in un mondo capovolto, grottesco e governato da logiche perverse.
In questa rivisitazione cupa della fiaba di Lewis Carroll, il manicomio giudiziario di Baltimora diventa la porta d'accesso a una dimensione parallela. L'infermiere Barney, che all'inizio del film accoglie Clarice, le porge la sedia e le scandisce con cura le regole prima di incontrare il mostro, incarna alla perfezione un sinistro Bianconiglio, la guida rituale che la introduce ufficialmente al di là dello specchio.
Una volta varcata quella soglia, Clarice incontra gli abitanti di questo regno deformato. Hannibal Lecter si rivela come una versione mefistofelica dello Stregatto: affilato, sfuggente, dai modi raffinati e dal sorriso inquietante, osserva Clarice dalla penombra della sua cella per parlarle solo attraverso enigmi filosofici e un gioco di specchi psicologico. L'eccentricità morbosa trova invece forma nel Dottor Chilton, vanitoso e ossessionato dal proprio potere, ma soprattutto in Buffalo Bill, un vero e proprio "sarto folle" che cerca di plasmare la propria identità cucendo abiti macabri. Più in alto, nel mondo della politica che muove le fila della caccia all'uomo, la senatrice Ruth Martin svetta come una severa Regina di Cuori, pronta a dettare condizioni imperative e a stravolgere ogni regola pur di salvare la figlia.
Il viaggio di Clarice nel Silence of the Lambs cessa così di essere un semplice thriller investigativo per svelarsi come una fiaba di formazione oscura. Come Alice deve misurarsi con l'assurdità del mondo adulto per ritrovare se stessa, Clarice deve attraversare questo Paese delle Meraviglie malato, affrontando mostri e traumi del passato per completare la propria metamorfosi ed emergere infine dall'incubo.
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