La sirena non ti svegliava mai con discrezione. Tagliava il buio della camerata, squarciava il sonno leggero delle tre del mattino e rimetteva in moto i muscoli prima ancora che il cervello avesse il tempo di capire dove si trovasse.
Mattia scattò in piedi, infilando le gambe nei pantaloni d'ordinanza già disposti sopra gli stivali, con il gesto automatico e preciso che aveva ripetuto centinaia di volte. Intorno a lui, nella penombra della grande stanza, le sagome del Turno B si muovevano come ingranaggi di un unico orologio.
«Incendio fabbricato, via delle Industrie. Possibili coinvolti», gracchiava l'altoparlante della centrale.
Tre minuti dopo, l'autobotte squarciava la notte a sirene spiegate. Mattia era seduto nella cabina posteriore dell'APS, schiena contro schiena con De Rosa, un veterano con vent'anni di servizio sulle spalle e due baffi grigi sempre striati di cenere. Di fronte a loro c'era Massimiliano, la recluta arrivata tre mesi prima, che si stringeva le cinghie dell'autoprotettore sul petto con le mani che tremavano leggermente.
«Tranquillo, ragazzo,» disse De Rosa sopra il muggito del motore e il fischio della sirena. «Il fuoco fa rumore, ma noi facciamo più casino di lui. Tu resta dietro di me.»
Mattia osservò la mano di De Rosa appoggiarsi sulla spalla di Massimiliano. Un gesto semplice. Nessuna formula antica, nessun amuleto di Atlantide, nessuna tecnologia per piegare la trama del tempo. Solo la forza di un uomo che diceva a un altro: non sei solo.
In tasca, a contatto con la pelle, Mattia sentiva il lieve calore del Sigillo. Il piccolo manufatto, il suo legame con i secoli passati e le grandi civiltà scomparse. Con un solo gesto avrebbe potuto fermare il tempo, osservare l'incendio prima ancora che divampasse, spegnerlo sul nascere. Ma non poteva. La prima regola era infrangibile: il tempo presente non si tocca.
L'autobotte frenò bruscamente. Fuori dal finestrino, il buio della zona industriale era spezzato da una vampata arancione che illuminava il fumo denso e nero che usciva dal tetto di un vecchio magazzino di stoccaggio.
«Squadra, giù!» urlò il caposquadra aprendo il portellone.
L'aria esterna sapeva di plastica bruciata e calore soffocante. Mentre srotolavano le manichette e agganciavano le lance, Mattia vide De Rosa e Massimiliano avvicinarsi all'ingresso principale del fabbricato. La struttura scricchiolava sinistramente, sferzata da fiamme che parevano vive.
In quel momento, per la prima volta da quando aveva iniziato a viaggiare nel tempo, Mattia provò una stretta al cuore che non aveva nulla a che fare con le sue missioni. Lì, davanti a quel rogo spaventoso, lui aveva una via di fuga celata nel taschino. I suoi compagni no. Loro avevano solo il loro elmetto, la loro manichetta e la fiducia cieca l'uno nell'altro.
«Mattia, prendi la seconda linea! Entriamo dal lato est!» gli gridò il caposquadra.
«Raffica pronta, Capo!» rispose Mattia, stringendo l'impugnatura della lancia.
Guardò la squadra avanzare verso il fumo, compatti, spalla a spalla, senza esitazione. E capì che la parola Invincibili non descriveva chi non poteva essere ferito, ma chi, pur sapendo di poter cadere, continuava a fare un passo avanti.
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