Eroi invincibili- capitolo 9 - L'eco delle ombre

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L’ufficio del Comando Investigativo di Ferrara era immerso nel silenzio tipico del primo pomeriggio. L'aria era stantia, carica dell'odore di carta stampata, caffè freddo e del pulviscolo che danzava nel fascio di luce solare che filtrava dalla finestra sbarrata.

​Mattia sedeva da solo davanti alla scrivania in formica verde. Sul monitor del computer il cursore lampeggiava a ritmo regolare nel modello del rapporto d'intervento, mentre accanto alla tastiera giacevano i rilievi fotografici del capannone chimico.

​Ufficialmente il suo compito era trascrivere i dettagli tecnici che aveva individuato sul posto: le temperature di fusione, il punto d'innesco del composto chimico, l'ipotesi di dolo. Ma la mente di Mattia rifiutava di fermarsi all'aspetto materiale. Perché? Perché distruggere uno stabilimento di quelle dimensioni rischiando di provocare un disastro ambientale per tutta la provincia?

​L'assicurazione era una spiegazione fin troppo banale. I conti dell'azienda, controllati sommariamente al mattino, risultavano in perfetto ordine. Non c'era alcun dissesto finanziario da coprire.

​Mattia appoggiò i gomiti al tavolo, intrecciando le dita e premendo i pollici contro le tempie. Stanco per le ore di servizio arretrate, lasciò cadere lo sguardo sull'ingrandimento di una foto: il settore tre dello stabilimento, l'area di stoccaggio dei reagenti ad alta purezza.

​Poi, improvvisamente, l'aria nell'ufficio cambiò.

​Il brusio delle auto sulla strada esterna svanì d'un tratto, sostituito da un silenzio denso, quasi solido. Il calore della stanza si azzerò e il Sigillo che Mattia portava appeso al collo sotto la divisa iniziò a pulsare con un ritmo metallico e profondo, emettendo una vibrazione che gli risalì lungo la colonna vertebrale.

​Mattia cercò di alzare la testa, di muovere le mani, ma il suo corpo era diventato di pietra. Non gli era mai successa una cosa del genere: i "salti" temporali erano sempre stati atti volontari, canalizzati attraverso gli strumenti di Atlantide. Quella invece era una trance involontaria, una regressione spontanea della percezione temporale, come se il tempo stesso stesse reagendo alla ferita aperta dell'incendio per mostrargli la verità.

​I contorni dell'ufficio si dissolsero. La scrivania, le pareti di cartongesso, il monitor: tutto venne inghiottito da una nebbia grigia e fredda.

​Un secondo dopo, Mattia si ritrovò di nuovo all'interno dello stabilimento chimico.

​Ma il capannone non era distrutto. Le lamiere erano intatte, le luci al neon a soffitto ronzavano regolarmente e l'aria non sapeva di bruciato. Era la notte precedente all'incendio, circa due ore prima della prima chiamata arrivata al 115.

​Mattia tentò di muoversi, ma si rese conto di non avere peso né consistenza: era uno spettro temporale, una coscienza fluttuante ancorata al luogo.

​Nel piazzale di carico, nell'ombra creata dalle campate dei macchinari, tre figure con tute scure da lavoro si muovevano con rapidità metodica. Un furgone frigorifero privo di insegne era parcheggiato a luci spente vicino alla rampa principale.

​Con la precisione di chi conosce a memoria la disposizione dei magazzini, due degli uomini stavano movimentando un carrello elevatore manuale, prelevando con attenzione maniacale dei fusti sigillati in lega speciale dal settore tre. Non fusti qualunque: erano i contenitori contrassegnati dal pittogramma delle sostanze precursori ad elevata tossicità, composti rari usati nell'industria avanzata e nel mercato nero dei reagenti chimici.

​Nessun allarme stava suonando. I codici d'accesso erano stati inseriti correttamente. I fusti vennero caricati uno ad uno all'interno del furgone.

​Una volta svuotata la campata, il terzo uomo — il più alto dei tre — estrasse dalla tasca della giacca un cilindro metallico termosaldato. Lo stesso identico cilindro che Mattia avrebbe ritrovato ore dopo tra le macerie. Lo posizionò con cura nel pozzetto di ispezione vicino al quadro elettrico principale, ne attivò la valvola a pressione e si avviò rapidamente verso l'uscita.

​L'incendio non era un atto di vandalismo né un'assicurazione, realizzò Mattia con lucida spavento. Era una gigantesca cortina fumogena. Una cancellazione.

​Il calore del composto chimico avrebbe incenerito i registri, fuso le strutture e distrutto ogni traccia del materiale mancante, facendo credere agli investigatori che i fusti fossero andati completamente vaporizzati durante il rogo.

​Il terzo uomo, prima di salire a bordo del furgone, si voltò per un istante verso il buio del capannone. La luce del neon gli illuminò di sbieco il profilo del volto, rivelando una cicatrice marcata che dal collo saliva fino alla mascella.

​In quel preciso istante, il sigillo rilasciò una scossa violenta.

​Il capannone si frammentó in mille schegge di luce. Il rombo del fuoco che cominciava a divampare venne sostituito dal suono improvviso e metallico di una porta che si apriva.

​Mattia inspirò un grande sorso d'aria, riaprendo gli occhi di colpo. Si ritrovò di nuovo nell'ufficio del Comando, con le mani ancora piantate sulla scrivania e il respiro affannato. Il sudore gli bagnava la fronte, mentre il sigillo d'oricalco sul petto tornava lentamente freddo.

​Si ricompose in un secondo, asciugandosi la fronte con il dorso della mano. Se riferisco una cosa del genere così come l'ho vista, pensò con lucidità, passerò per un pazzo o, peggio, per qualcuno che era presente sul posto ed è implicato nel furto. Un Vigile del Fuoco non fa l'investigatore, e la sua reputazione di intuito leggendario non sarebbe bastata a coprire un dettaglio così specifico senza sollevare domande pericolose da parte della Procura.

​Doveva muoversi con cautela. Doveva trasformare quella visione in indizi reali, verificabili nel mondo tangibile.

​Senza dire nulla a nessuno, Mattia attese la fine del turno per uscire dal Comando. Sfruttò le sue ore di riposo per muoversi nell'ombra della Ferrara serale. Conosceva la città nei suoi anfratti più vecchi, conosceva i punti di passaggio e le persone che vivevano ai margini delle zone industriali, dove le notizie circolano veloci prima ancora che arrivi la polizia.

​Indossando in una giacca scura civile, Mattia si recò in un bar vicino allo scalo merci della stazione, un posto frequentato da autisti di lungo corso e meccanici di notte. Lì incontrò un suo vecchio contatto — un uomo a cui anni prima, durante un allagamento, aveva salvato la bottega e che gli era rimasto debitore.

​Gli bastò fare qualche domanda discreta, citare la tipologia di fusti chimici e chiedere se fosse stato visto un furgone frigorifero sospetto girare nei paraggi della zona industriale nelle ore antecedenti all'incendio.

​«Gira roba strana la notte, Mattia,» gli sussurrò l'uomo davanti a un bicchiere di seltz. «Un furgone scuro senza scritte si è fermato poco dopo le due al distributore h24. Il guidatore è sceso a comprare le sigarette... un tipo alto, con una brutta cicatrice che dal collo gli sale fino alla mascella. Mi ha chiesto dove si prendeva la bretella per l'autostrada senza passare dalle telecamere del centro.»

​Ora Mattia aveva la conferma del mondo reale. La trance gli aveva indicato la traccia, ma le sue indagini personali sul campo gli avevano dato le prove tangibili.

​Il mattino seguente, al rientro in caserma per il turno successivo, Mattia si avvicinò a Roberto De Rosa in sala operativa, appoggiando sul tavolo un foglio di appunti informali scritti a mano.

​«Capo,» disse Mattia con tono tranquillo, mantenendo la solita riservatezza. «Ieri sera, dopo essere uscito dal Comando, mi si è piantato un tarlo in testa per via di quella calina strana sul settore tre. Ho fatto un giro nella zona industriale nel mio tempo libero e ho scambiato due parole con la gente dello scalo merci.»

​Roberto alzò lo sguardo dai moduli, sorpreso. «Nel tuo tempo libero? E cosa hai scoperto, vice?»

​«Che l'incendio non serviva a distruggere lo stabilimento, ma a coprire una sparizione,» spiegò Mattia indicando i suoi appunti. «I fusti del settore tre non sono andati vaporizzati nel rogo: sono stati rubati prima di appiccare il fuoco. Qualcuno ha visto un furgone frigorifero scuro allontanarsi dallo scalo merci verso le tre di notte. Alla guida c'era un uomo alto con una cicatrice marcata sul lato sinistro del collo.»

​De Rosa sgranò gli occhi, fissando prima il foglio e poi Mattia con un misto di sbalordimento e profondo rispetto.

​«Ascolta, Mattia... tu non fai il poliziotto, fai il Vigile del Fuoco,» disse il Barba, scuotendo la testa con un sorriso incredulo. «Ma il tuo fiuto per le cose storte è qualcosa che non ho mai visto in ventotto anni di servizio. Se questa roba è vera, la Procura dovrà rivedere tutta la perizia.»

​«È vera, Capo,» rispose Mattia con fermezza. «Passa la notizia ai Carabinieri come una segnalazione confidenziale arrivata a noi durante i controlli. Io ho solo messo insieme i pezzi che non tornavano.»

​Roberto batté una mano solida sulla spalla di Mattia. «Va bene, ci penso io ad avvisare la Micheletti. Ma sappi che se continui così, prima o poi la Squadra Mobile ti chiede il trasferimento!»

​Mattia sorrise appena, girandosi verso il garage. L'emergenza era rientrata: la storia era salvaguardata, il suo ruolo all'interno del Turno B era al sicuro e la verità sull'incendio era finalmente emersa dalle ceneri, senza che nessuno sospettasse il vero segreto che custodiva nel petto.




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