L’aria all’interno del capannone industriale su Via Provinciale a Ferrara sapeva di plastica fusa, solventi bruciati e polvere bagnata. Il Turno B aveva lavorato fino all’alba del giorno prima per contenere l'incendio, impedendo che le fiamme raggiungessero i serbatoi principali dello stabilimento chimico; erano giunte da tuttalaprovincia numerose squadre. Ora, nel silenzio surreale delle strutture d'acciaio deformate dal calore, la squadra investigativa del Comando stava cercando di ricomporre il puzzle.
Mattia non faceva parte del Nucleo Investigativo Antincendio. Ufficialmente, la sua presenza lì era motivata dal supporto logistico al sopralluogo del Caposquadra. Ma la realtà era un'altra: la sua reputazione lo precedeva. In tutta la provincia, la capacità di Mattia di "leggere" le macerie era diventata leggendaria. Lì dove gli altri vedevano solo travi annerite e cenere indistinta, Mattia sapeva ricostruire la dinamica degli eventi come se avesse assistito alla scena.
Un'abilità che non derivava da un dono magico, ma dalla memoria stratificata di chi aveva visto bruciare la biblioteca di Alessandria, i quartieri in legno dell'antica Roma e i laboratori alchemici del Rinascimento. Il fuoco cambia forma nei secoli, ma le sue leggi e la sua fisica rimangono immutabili.
Roberta Micheletti, la Caposquadra appunto della unità investigativa lo affiancò vicino ai resti del quadro elettrico principale, dove due periti della Procura stavano scattando fotografie ai cavi squagliati.
«Allora, vice?» mormorò Roberta a bassa voce, stringendo gli occhi nel fumo stantio. «I periti dell'assicurazione dicono che è stato un corto circuito partito dalla centralina del condizionamento. Fuga termica accidentale per sovraccarico.»
Mattia non rispose subito. Si chinò sui resti del pavimento in resina, sfiorando con il guanto tecnico la superficie nerastra vicino a una conduttura di scarico. Poi si spostò di tre metri verso sinistra, dove il calore aveva lasciato un'impronta circolare insolita sul metallo di una scaffalatura.
«Non è stato un corto circuito, Capo,» disse Mattia con voce pacata, senza alzare la testa.
Uno dei funzionari del Nucleo Investigativo si voltò, incuriosito. «Sei sicuro, Mattia? Guarda la fusione dei conduttori principali. È tipica di un arco elettrico ad alta tensione.»
«L'arco elettrico c'è stato, ma è stata una conseguenza, non la causa,» spiegò Mattia, alzandosi e indicando un punto preciso della trave portante. «Se l'innesco fosse partito dal quadro, la ventilazione naturale del capannone avrebbe spinto la propagazione del calore verso l'alto e a destra, seguendo la linea di aspirazione dei fumi. Invece guardate la colorazione della calina sulle pareti: c'è un cono d'ombra termica rovesciato.»
Roberta si sporse per guardare meglio, accarezzandosi i baffi. «Significa che il fuoco è partito dal basso.»
«E non solo,» continuò Mattia, muovendosi tra i rottami con la precisione di chi conosce già l'esito della storia. «Guardate il punto di fusione della flangia sul serbatoio secondario. Ha subito uno stress termico superiore ai mille gradi in meno di quattro minuti. Nessun corto circuito generico sviluppa quel calore in così poco tempo senza un accelerante.»
Mattia si fermò davanti a un pozzetto di ispezione apparentemente intatto. Con la punta dello stivale smosse un cumulo di macerie, portando alla luce i resti carbonizzati di un piccolo contenitore metallico termosaldato, con una valvola a pressione deformata.
«Termite chimica a innesco ritardato,» concluse Mattia, fissando il reperto. «Un composto ad alta temperatura che non lascia tracce gassose evidenti, ma lascia questo tipo di scoria vetrificata sul fondo. È un incendio doloso. E chi lo ha appiccato sapeva esattamente dove colpire per far sembrare tutto un guasto elettrico.»
Nella campata del capannone cadde un silenzio pesante. Il funzionario del NIA chinò la testa, osservando il punto indicato da Mattia con un misto di sbigottimento e profondo rispetto.
Roberta diede una patta sulla spalla di Mattia, un gesto ruvido ma pieno d'orgoglio. «Noi cerchiamo le prove con la lente d'ingrandimento, tu le vedi perché sembra che ti metti a parlare direttamente con le fiamme.»
Mattia accennò un sorriso amaro, voltandosi verso l'uscita del capannone dove la luce del sole filtrava tra le lamiere squarciate. Non poteva spiegare a Roberta che l'uso di acceleranti alchemici e inneschi chimici nascosti era una tecnica antica quanto il mondo, già usata per coprire sabotaggi e delitti ai tempi delle grandi guerre di potere ad Atlantide.
Il fuoco, come l'animo umano, non cambia mai. Ma finché ci fosse stato Mattia a fare la guardia, la verità sarebbe sempre emersa dalle ceneri.
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