​Eroi Invincibili – Capitolo 20 - Il ciclo delle stagioni



​I giorni e le settimane riprendevano a scorrere con la regolarità cadenzata dei turni in caserma. L'eco dell'intervento alla diga si era progressivamente dissolta tra i verbali d'ufficio e i resoconti ufficiali, derubricata dalla burocrazia come un'inconsueta dinamica idraulica. Per la gente comune era stato solo un grande spavento sventato; per il Turno B, l'ennesima conferma del segreto che custodivano.

​Il tempo continuava la sua corsa, e con esso il volgere delle stagioni.

​L'autunno lasciò il posto ai primi freddi e alle nebbie fitte dell'inverno. Furono mesi intensi, segnati dalla solita, incessante catena di chiamate: principi d'incendio nelle mansarde per canne fumarie ostruite, incidenti stradali lungo le tratte provinciali scivolose e recuperi complessi nella Bassa congelata.

​In ogni intervento, la squadra muoveva come un meccanismo perfetto. Roberto "Il Barba" De Rosa la guidava con la consueta fermezza ruvida ma paterna; Elena e Giuseppe gestivano la logistica e i soccorsi con precisione; Massimiliano e Mattia operavano in totale sintonia, muovendosi al buio o tra il fumo come guidati da un filo invisibile.

​Di tanto in tanto, però, quando la tecnica umana e le attrezzature di soccorso non bastavano, Mattia non esitava a fare ricorso al Sigillo.

​Accadde durante un incendio devastante in un capannone industriale, dove una trave d'acciaio incandescente caduta all'improvviso parve deviare miracolosamente la sua traiettoria prima di schiacciare la squadra d'intervento. O ancora, durante una ricerca dispersi nella nebbia invernale, quando una vampata di calore innaturale riuscì a stabilizzare un'ipotermia severa prima dell'arrivo dell'ambulanza. Erano piccoli "miracoli" da pochi secondi, gestiti sempre con un'accortezza tale da passare per colpi di fortuna o inspiegabili anomalie fisiche agli occhi degli estranei, ma perfettamente chiari a De Rosa e ai compagni del Turno B, che tacevano e coprivano ogni traccia.

​Poi la morsa del gelo iniziò gradualmente ad allentarsi. La neve sui colli si sciolse e la prima brezza della primavera tornò a scaldare il piazzale della caserma. I rami secchi degli alberi attorno al distretto si riempirono di gemme rosse e verdi, e le giornate ripresero ad allungarsi, portando con sé il profumo dell'erba tagliata e dei primi temporali di stagione.

​Una sera di inizio primavera, a turno finito, la stanchezza lasciò il posto al calore di un momento tutto loro.

​Nel piccolo appartamento di Massimiliano, la luce morbida delle lampade da tavolo tagliava la penombra del soggiorno. Seduti sul divano, vicini, avvolti da un silenzio domestico e protettivo, i due si godevano la calma dopo giorni di continui interventi. Massimiliano appoggiò la testa sul petto di Mattia, sentendo il battito regolare del suo cuore e il profilo freddo del Sigillo d'oro nascosto sotto la t-shirt.

​Dopo qualche minuto di silenzio, Massimiliano alzò lo sguardo verso di lui, muovendo le dita sul bordo della maglietta di Mattia.

​«Mattia... mi descrivi com'è Atlantide?» mormorò con voce curiosa e partecipe.

​Mattia sorrise leggermente, socchiudendo gli occhi mentre la memoria viaggiava indietro nei millenni.

​«È gigantesca, Massi,» rispose con voce calda e sognante. «Immagina una città dominata da immense pareti bianche che riflettono la luce del sole, con grandi palazzi svettanti fatti di marmo e materiali che qui non esistono nemmeno. La gente pensa sempre che fosse un'isola al centro dell'Oceano Atlantico, ma nella vera timeline, nel mondo alternativo, si erge orgogliosa lungo le coste dell'Africa. Una metropoli sconfinata che domina il mare e la terra.»

​Massimiliano rimase ad ascoltarlo, incantato da quella descrizione, prima che una nuova domanda gli affiorasse sulle labbra, ripensando a quegli interventi al limite della fisica visti negli ultimi mesi.

​«Ma non hai paura di usare di tanto in tanto il Sigillo?» gli chiese allora, sfiorando la sagoma dell'artefatto sotto il tessuto. «Non temi che prima o poi i Grandi Saggi te lo tolgano, come mi avevi raccontato?»

​Mattia lo guardò negli occhi, accarezzandogli i capelli mentre il suo sorriso si faceva più sornione e complice.

​«Sì, ogni tanto ci provano e mi minacciano,» rispose con estrema disinvoltura. «Ma la verità è che non farebbero mai nulla. Dopotutto... sono il figlio della Regina di Atlantide.»

​Massimiliano rimase per un istante a fissarlo, colpito dalla rivelazione e dalla naturalezza con cui Mattia aveva pronunciato quelle parole, per poi stringersi ancora di più a lui nel buio della stanza.

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