La pioggia non cadeva più a gocce, ma in veri e propri muri d'acqua che sferzavano il parabrezza del fuoristrada dei Vigili del Fuoco. I tergicristalli lavoravano alla massima velocità, producendo un ronzio ritmico e affannato mentre Mattia guidava lungo la strada sterrata che costeggiava l'argine del fiume Reno, nella frazione di San Michele.
Accanto a lui, Massimiliano teneva lo sguardo fisso fuori dal finestrino. Il fiume era già alto, gonfio di fango e schiuma giallastra, una serpe scura e minacciosa che rumoreggiava sotto il peso della tempesta.
Quando arrivarono al piazzale del vecchio mulino, il quadro era persino più grave di quello apparso nella visione di Mattia. Il terreno d'argilla ai piedi della scarpata era imbevuto d'acqua e cedeva sotto gli stivali. In diversi punti, piccole polle d'acqua fangosa gorgogliavano dalla base della terra: il segno inequivocabile che il fiume stava filtrando attraverso le gallerie scavate dai roditori, scalzando le fondamenta naturali della diga di terra.
Mattia si arrestò a pochi passi dal crollo invisibile. Chiusi gli occhi per un istante, lasciando che la percezione del sigillo sfiorasse la struttura dell'argine.
«Non abbiamo ore, Massimiliano,» disse Mattia voltandosi verso il ragazzo con tono perentorio. «E nemmeno mezz'ora. La terra sta cedendo dall'interno. Il fiume sfondarà a momenti, molto prima di stasera.»
Massimiliano guardò la piccola casa a due piani adiacente al mulino, dove le luci del soggiorno erano accese e dal comignolo usciva un filo di fumo grigio. Dentro c'erano gli anziani coniugi Benati e la loro figlia.
«Niente misurazioni idriche,» disse deciso Massimiliano, sganciando la cintura di sicurezza. «Ci fidiamo del tuo sogno. Fuori tutti, subito.»
I due corsero verso l'ingresso del casolare nel fango che arrivava alle caviglie. Mattia bussò con forza alla porta di legno massiccio. Quando il vecchio Mario Benati aprì, sorpreso di trovarsi di fronte due pompieri completamente inzuppati, non ebbe nemmeno il tempo di chiedere spiegazioni.
«Signor Benati, dovete uscire immediatamente!» intimò Mattia con una fermezza che non ammetteva repliche. «L'argine sta crollando. Prendete solo i documenti e le giacche, salite sul nostro fuoristrada!»
«Ma come... crollare?» balbettò l'anziano, confuso. «Il fiume è alto, sì, ma l'argine ha sempre tenuto...»
«Non terrà stavolta!» sbotto Massimiliano prendendo per braccio la moglie di Benati e aiutandola a mettere un cappotto pesante, mentre la figlia recuperava al volo una borsa. «Fidatevi di noi, non c'è un secondo da perdere!»
La determinazione e l'urgenza nei volti dei due vigili fecero sparire in loro ogni esitazione. In meno di tre minuti, la famiglia Benati fu fatta salire sui sedili posteriori del fuoristrada di servizio.
Mattia ingranò la trazione integrale e fece manovra sul piazzale, spalancando il gas proprio mentre un sinistro scricchiolio e un boato sordo risuonavano alle loro spalle.
Dal lunotto posteriore, Massimiliano e i tre civili assistettero allo spettacolo terrificante della natura che si scatenava: una porzione di trenta metri di argine maestro collassò su sé stessa con un fragore d'impatto rovinoso. Un'ondata d'acqua marrone e tronchi sradicati alta tre metri si riversò con furia cieca sul piazzale del mulino, travolgendo la stalla e investendo il pianterreno del casolare con una forza devastante.
La figlia dei Benati cacciò un urlo, mentre il vecchio Mario rimase pietrificato, comprendendo che se fossero rimasti in casa anche solo due minuti in più, sarebbero stati travolti e annegati nel buio della loro cucina.
Mattia portò il mezzo a distanza di sicurezza sulla parte alta della provinciale e impugnò il microfono della radio. «Centrale da Squadra 2, emergenza rossa a San Michele! Crollo dell'argine maestro al vecchio mulino! Abbiamo evacuato i tre residenti, sono in salvo sul nostro mezzo. Richiediamo intervento immediato della Protezione Civile per sbarramento e deviazione traffico!»
Sei ore dopo, la situazione era sotto controllo. Le idrovore della Protezione Civile e i rinforzi del Comando provinciale stavano lavorando per contenere la falla, mentre la pioggia finalmente iniziava a concedere una tregua.
Nel suo ufficio al distaccamento di Borgopianura, il Caposquadra Roberto De Rosa rimase a fissare il rapporto d'intervento redatto dal centralino e il foglio di marcia del fuoristrada.
La porta si aprì e Mattia fece il suo ingresso, ancora con i pantaloni macchiati di fango secco.
«Mi avevi chiesto di fare un rapporto, Capo,» disse Mattia con la solita calma.
Roberto fece segno a Mattia di sedersi e posò i fogli sul tavolo. Poi si sporse in avanti, incrociando le braria e guardando il suo vice negli occhi con uno sguardo lungo e impenetrabile.
«I tempi non tornano, Mattia,» esordì De Rosa con voce bassa. «Ho qui la registrazione della chiamata radio e i dati del GPS del fuoristrada. Voi siete arrivati a San Michele alle 08:42. La segnalazione del crollo dell'argine alla Protezione Civile l'avete fatta alle 08:49.»
De Rosa picchiettò con l'indice sul tavolo. «In sette minuti avete parcheggiato, fatto un'ispezione, deciso che l'argine sarebbe crollato, convinto una famiglia a lasciare la propria casa da generazioni e l'avete caricata in macchina. Nemmeno se foste stati indovini avreste avuto una tempistica simile per capire che la terra stava per cedere prima che comparissero le prime crepe visibili.»
Mattia rimase in silenzio, sostenendo lo sguardo del suo comandante senza mostrare alcuna esitazione. Sapeva che Roberto non era un uomo sprovveduto, ma sapeva anche cosa univa ormai la loro squadra.
Roberto lasciò correre qualche secondo di silenzio, poi tirò un lungo sospiro, prese la penna e tracciò una riga sopra l'annotazione degli orari sul registro ufficiale.
«Naturalmente,» continuò De Rosa, con un'ombra di sorriso che gli ammorbidì i tratti stanchi del volto, «nel mio rapporto scriverò che avete notato un cedimento strutturale imminente durante il pattugliamento di routine e che avete agito con tempestività esemplare, salvando tre vite prima del disastro.»
Roberto ripose i fogli nella cartellina e guardò Mattia con profondo rispetto.
«Non so quali sogni fai la notte, Mattia, né fino a che punto si spinga quello che riesci a vedere o a fare. Ma fino a quando usi tutto questo per riportare a casa i miei ragazzi e la gente di questa città... io non ti chiederò mai di spiegare gli orari a nessuno.»
Mattia accennò un sorriso sincero e piegò leggermente il capo. «Grazie, Roberto.»
«Ora va' a cambiarti,» disse il Capo riprendendo in mano il caffè ormai freddo. «Il Turno B ha un paio di idrovore da ripulire, e Massimiliano sta raccontando a tutti in sala mensa che hai il fiuto di un segugio per le piene.»
Mattia si alzò e uscì dall'ufficio, sentendo il calore del sigillo sul petto confondersi con quello di una lealtà che nessuna linea temporale avrebbe mai potuto cancellare.

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