Eroi invincibili- capitolo 10 - il salto e la promessa



​L’allarme era scattato alle quattordici e venti, rompendo la quiete del pomeriggio con il suo trillo metallico. La chiamata indicava un incendio di vaste proporzioni nell'area industriale di periferia: un insediamento produttivo specializzato in elementi modulari, una struttura costruita quasi interamente in legno lamellare. Un colosso di travi, pannelli e pino pressato che aveva preso fuoco come un'enorme catasta di legna da ardere.

​Quando l'APS del Turno B era arrivata sul posto, la colonna di fumo nero era già visibile da chilometri. Il calore irradiato all'esterno era tremendo, ma all'interno la situazione era disperata.

​«Mattia, prendi Santarelli e avanzate nel settore est, c'è un magazzino da bonificare prima che il tetto ceda!» aveva ordinato Roberto De Rosa con la consueta fermezza, mentre Elena posizionava i raccordi dell'acqua.

​Pochi minuti dopo, Mattia e Massimiliano si trovavano immersi in un corridoio cieco. Intorno a loro, il legno scricchiolava con boati spaventosi, trasformando l'aria in un'infernale trappola arancione. La visibilità era azzerata dal fumo denso e la temperatura all'interno delle tute era oltre i limiti di guardia.

​«Mattia! La via d'uscita è ostruita!» aveva urlato Massimiliano attraverso la maschera dell'autoprotettore, la voce incrinata dal panico.

​«Rimani calmo e statti dietro di me!» aveva risposto Mattia, cercando un varco.

​In quel preciso istante, un boato sordo fece tremare le pareti. Sopra di loro, una trave portante in legno massiccio, spessa più di mezzo metro e avvolta dalle fiamme, si spezzò di schianto. Stava cadendo direttamente sui due vigili. Non c'era tempo per correre, non c'era spazio per schivarla. Mancava veramente poco all'impatto mortale.

​Mattia non ebbe scelta. L'istinto di protezione prevalse su qualsiasi regola di Atlantide.

​Allungò il braccio destro, afferrò Massimiliano per lo spallaccio della divisa e con la mano sinistra strinse il sigillo sotto la giacca. Il metallo rilasciò un impulso d'energia purissima. Il tempo intorno a loro si congelò per un nanosecondo, la struttura in fiamme sfumò in una vibrazione azzurrina e la gravità svanì.

​Un battito di ciglia dopo, si ritrovarono entrambi a terra, sul piazzale sterrato all'esterno del capannone, a trenta metri dall'ingresso, mentre alle loro spalle il tetto del magazzino crollava con un fragore assordante.

​Massimiliano si strappò la maschera dal volto, respirando a pieni polmoni l'aria pulita. Guardava la struttura crollata e poi Mattia, steso accanto a lui, con gli occhi sgranati dal terrore e dall'incredulità.

​«Ma... come... come siamo usciti?» balbettò la recluta, tremando visibilmente. «Eravamo dentro! La trave ci era addosso! Com'è possibile che siamo qui?»

​Mattia si alzò a fatica, cercando di riprendere il controllo del proprio corpo dopo lo sforzo della traslazione. «Ti ho trascinato fuori mentre crollava tutto, Massimiliano. Lo shock ti ha fatto perdere un attimo i sensi, ti sei risvegliato adesso. Vieni, dobbiamo aiutare gli altri a contenere le fiamme.»

​Ma la spiegazione non convinse Massimiliano.

​Nei giorni successivi alla bonifica dell'impianto, l'atmosfera in caserma diventò insostenibile per Mattia. La giovane recluta lo fissava continuamente. Gli faceva domande sottili sugli orari, sulla velocità dei soccorsi, su come fosse stato possibile percorrere trenta metri in un frammento di secondo evitando quintali di legname incandescente. L'intuito di Massimiliano, alimentato dal trauma e dalla gratitudine, stava scavando troppo vicino alla verità.

​Il segreto è compromesso, pensò Mattia una sera, da solo nel suo alloggio.  L'equilibrio del tempo non può permettersi un'indagine.

​A malincuore, Mattia prese una decisione drastica. Compilò il modulo di richiesta di trasferimento volontario per un altro Comando provinciale e lo depositò sulla scrivania della segreteria del personale.

​La voce della richiesta di trasferimento si diffuse nell'ambiente ristretto del Turno B come una doccia fredda.

​Il pomeriggio seguente, mentre Mattia stava riordinando la sua cassetta degli attrezzi nel garage silenzioso, sentì dei passi esitanti avvicinarsi. Era Massimiliano. La recluta si fermò a un paio di metri di distanza, tenendo le mani in tasca e lo sguardo basso, visibilmente tormentato dal senso di colpa.

​«Mattia...» esordì Massimiliano con voce incerta.

​Mattia continuò a pulire una chiave inglese, senza alzare la testa. «Se sei venuto per la manutenzione dell'APS, la fa Giuseppe oggi.»

​«No, sono venuto per la tua domanda di trasferimento,» disse il ragazzo facendo un passo avanti. «Ho saputo che hai chiesto di andartene. È per colpa mia, vero? Per via di tutte le domande che ti ho fatto su quel giorno nel capannone di legno?»

​Mattia fermò il gesto della mano, rimanendo in silenzio.

​Massimiliano prese un lungo respiro, stringendo i pugni. «Mi scuso. Mi scuso con tutto il cuore se sono stato invadente o troppo curioso. La verità è che... qualsiasi sia il tuo segreto, Mattia, io non lo voglio sapere. Non mi importa cosa sia successo in quel corridoio, non mi importa come hai fatto. L'unica cosa che so è che mi hai salvato la vita quando ero praticamente morto.»

​La voce del ragazzo tremò per un istante prima di ritrovare fermezza.

​«Sei una grande persona, Mattia. Un punto di riferimento per me e per tutta la squadra. Ti prego... non andare via per causa mia. Non lasciare il Turno B.»

​Mattia alzò lentamente lo sguardo, incrociando gli occhi sinceri e lucidi della giovane recluta. In quel momento, vide tutta l'umanità, la lealtà e il rispetto che legavano gli uomini di quella caserma. Non c'era sospetto nel cuore di Massimiliano, solo il desiderio profondo di proteggere il compagno che gli aveva concesso un altro giorno da vivere.

​La corazza di distacco che Mattia si era imposto per secoli cedette per un istante.

​«D'accordo, Massimiliano,» disse Mattia, riponendo l'attrezzo nella cassetta con un colpo netto. «Non me ne vado.»

​Un sospiro di sollievo enorme distese il volto del giovane vigile, che accennò un sorriso grato prima di annuire e allontanarsi verso il piazzale.

​Dieci minuti dopo, Mattia salì le scale che portavano all'ufficio del Caposquadra. Roberto De Rosa era seduto alla scrivania, con il modulo del trasferimento tra le mani enormi e lo sguardo cupo.

​«Entra, vice,» mormorò il Barba senza alzare la testa. «Stavo proprio guardando questo foglio di carta straccia. Mi spieghi che diavolo ti è preso?»

​Mattia si avvicinò al tavolo, allungò la mano e sfilò delicatamente il foglio dalle dita di Roberto, strappandolo in due pezzi precisi sotto lo sguardo sorpreso del Caposquadra.

​«Un momento di sbandamento, Capo,» disse Mattia con un leggero sorriso. «Il mio posto è qui, nel Turno B.»

​De Rosa lo fissò per qualche secondo da sotto le folte sopracciglia gremite di grigio, poi lasciò andare una risata ruvida e profonda che rimbombò nella stanza, dandogli una gran patta sulla spalla.

​«Meno male, Mattia. Un vice come te non si trova due volte nello stesso secolo. Ora va' giù, che c'è l'APS da riempire d'acqua!»

​Mattia scese di nuovo in garage, sentendo il peso del sigillo al collo farsi più leggero. Aveva rischiamo di perdere tutto per proteggere il suo passato, ma l'umanità del Turno B gli aveva appena dimostrato che il suo posto era nel presente, al fianco di chi non esitava a fare un passo avanti nel fumo insieme a lui.

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