Capitolo 7: Voci nell'ombra




​Valerio fissò il display per un lungo secondo. La razionalità gli gridava di spegnere tutto, ma il sangue freddo non bastava più. Quella frase di Elena Marchi su Monti gli risuonava nelle orecchie come un allarme antiaereo. Sostituì la SIM con gesto rapido, inserì la scheda segreta e digitò d'impeto.

​«Chiamami subito. È urgente.»

​A Palazzo Chigi, il telefono riservato di Jacopo produsse un’unica vibrazione secca dentro il cassetto della scrivania. Il Premier si irrigidì, prese il cellulare e sostituì la sim come solito.

​«Valerio, che succede?» chiese Jacopo senza preamboli, la voce tesa.

​«Elena Marchi mi ha fermato al Transatlantico,» rispose Valerio a bruciapelo, cercando di mantenere il respiro regolare. «Non mi ha chiesto della manovra. Ha fatto una battuta diretta su Monti. Mi ha chiesto se ho trovato un 'nuovo interlocutore filosofico' e perché mi si vede spesso da quelle parti.»

​Dall'altro lato del cavo cadde un silenzio pesante. Jacopo chiuse gli occhi, appoggiando due dita sulla radice del naso. «Sul giornale di stasera c'è un fondo sul 'clima accomodante' tra noi due. Qualcuno sta mettendo insieme i pezzi, o sta lanciando esche per vedere se abbocchiamo.»

​«Non possiamo vederci stasera, Jacopo,» disse Valerio con amarezza, pronunciando ad alta voce ciò che entrambi già sapevano. «È troppo pericoloso. Se la Marchi ha messo qualcuno a piantonare la strada...»

​«Lo so,» mormorò Jacopo, stringendo il pugno sulla scrivania. «Il bilocale è bruciato. Se la stampa ha anche solo il sospetto del quartiere, prima o poi qualcuno scoprirà chi paga l'affitto o incrocerà le varie informazioni. Dobbiamo trovarne un altro, un posto totalmente anonimo, fuori dai soliti itinerari.»

​«Ci penserò io, tramite un prestanome fidato,» propose Valerio. «Ma tu devi stare attento. Se la cosa esce prima del voto sulla manovra, siamo finiti entrambi. Politicamente e non solo.»

​Jacopo raddrizzò le spalle, il tono di voce che virava d'impeto dalla vulnerabilità privata alla determinazione del capo di governo. «Della mia sicurezza mi occupo io. Stasera stessa farò fare una verifica informale al DIS. Voglio capire se c’è qualche servizio deviato o qualche agenzia privata che sta seguendo i tuoi spostamenti. Se c'è una talpa attorno a te, la trovo.»

​«Fai con discrezione, Jacopo. Non trascinare i servizi ufficiali in questa storia,» raccomandò Valerio.

​«Tranquillo. Sarà un controllo di routine sulla sicurezza del princilale leader di opposizione. Nessuno farà domande.» Jacopo fece una pausa, abbassando la voce di un ottava. «Mi manchi, Valerio. Questa commedia sta diventando pesante.»

​Valerio accennò un sorriso amaro dall'altra parte della città, nell'ufficio vuoto di Montecitorio. «Lo so. Ma dobbiamo recitarla fino alla fine. Ci sentiamo appena ho novità sul nuovo posto.»

​La linea cadde con un fischio leggero. Jacopo ripose il telefono nel scomparto segreto, si alzò e camminò verso la finestra che dava su Piazza Colonna. Premette il pulsante dell'interfono sulla scrivania.

​«Fai salire il Direttore dei Servizi di Informazione e Sicurezza,» ordinò alla segreteria. «Subito.»


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