Capitolo 6: Il tarlo del sospetto



Le quattordici e trenta a Palazzo Chigi avevano il sapore amaro del caffè freddo. Jacopo era seduto dietro l'imponente scrivania in noce, la giacca sbottonata e gli occhi fissi sull'orologio a pendolo d'angolo. Mancavano poco più di quattro ore al loro appuntamento.

La porta dello studio si aprì senza che nessuno avesse bussato. Il suo capo della comunicazione entrò a passo svelto, lanciando sul tavolo una copia ancora calda di stampa del principale quotidiano della sera.

«Abbiamo una falla nella narrazione, Presidente,» disse senza convenevoli, indicando un fondo a pagina quattro firmato da una delle firme più velenose del giornalismo politico.

Jacopo scorse velocemente le righe marcate in giallo. Il pezzo non citava nomi propri, ma parlava di "strani ammorbidimenti istituzionali" e di un "clima fin troppo accomodante tra le leadership", arrivando a ipotizzare un accordo sotterraneo per spartirsi le imminenti nomine di Stato.

Non c'era il minimo accenno alla loro vita privata, eppure a Jacopo parve di sentire il pavimento cedere sotto i piedi. La tregua tecnica che avevano costruito con tanta cura per proteggersi stava producendo l'effetto opposto: attirare l'attenzione dei segugi della stampa politica.

«Prepara una smentita formale,» ordinò Jacopo, mantenendo la voce piatta, quasi gelida. «Ribadisci che il ridimensionamento della manovra è una scelta squisitamente tecnica del Ministero. Nessun accordo con l'opposizione.»

«Già fatto, ma la voce gira nei corridoi. Qualcuno al Senato dice che l'opposizione si sta vendendo per poco.»

Rimasto solo, Jacopo si appoggiò allo schienale. Annullare la serata era la scelta più razionale. Il rigore istituzionale gli imponeva di rimanere a Palazzo Chigi e tagliare ogni contatto. Ma il solo pensiero di rinunciare a quelle due ore di verità nel buio dell'appartamento nel quartiere Monti gli provocava una fitta quasi fisica al petto.

Alla stessa ora, il Transatlantico di Montecitorio era il solito carosello di bruschi capannelli, sguardi obliqui e taccuini aperti. Valerio avanzava a fatica tra i corridoi, dispensando sorrisi di circostanza e risposte vaghe ai cronisti che cercavano di coglierlo in fallo.

«Onorevole Neri, una battuta sulla manovra!» lo intercettò un giovane reporter.

«L'opposizione vigila sui contenuti, non sui calendari,» rispose Valerio senza fermarsi.

Ma a metà del corridoio, vicina alle vetrate che davano sul cortile interno, la sagoma di Elena Marchi – giornalista d'inchiesta nota per aver fatto tremare ben tre governi – lo costrinse a rallentare. Elena non aveva un blocco appunti in mano, solo un sorriso sottile e due occhi affilati come bisturi.

«Onorevole, complimenti per la tattica,» disse la giornalista, affiancandolo con passo felpato. «I tuoi capigruppo sembrano agnellini. Un atteggiamento insolito per chi fino a lunedì prometteva di barricarsi in aula.»

«Si chiama responsabilità istituzionale, Elena,» replicò Valerio, cercando di mantenere un tono leggero.

«Certo, la responsabilità...» insinuò la donna, abbassando di un tono la voce. «A proposito di responsabilità: mi dicono che ultimamente ti si vede spesso passeggiare verso il rione Monti. Un quartiere tranquillo, discreto. Hai cambiato casa o hai trovato un nuovo interlocutore filosofico per le tue serate?»

A Valerio si gelò il sangue nelle vene. Il battito del cuore gli rimbombò nelle orecchie, ma il suo viso non tradì la minima emozione. Fece un mezza risata, di quelle studiate per le telecamere.

«Monti ha ottimi ristoranti, Elena. Te ne consiglio uno, se vuoi. Ora scusami, ho una riunione.»

Si allontanò a passo rapido, ma la sensazione di avere un mirino puntato sulla schiena non lo abbandonò per tutto il tragitto verso il suo ufficio. Chiusa la porta a chiave, si appoggiò al muro, il respiro affannato.

Estrasse dalla tasca il secondo telefono, inserendo poi la SIM riservata. Le sue dita tremavano leggermente mentre sbloccava la tastiera. Un solo messaggio avrebbe potuto avvisare Jacopo che qualcuno cominciava a fiutare la pista, ma mandare un segnale proprio in quel momento voleva dire rischiare.

Con il dito sospeso sullo schermo, Valerio dovette scegliere tra la cautela politica e il bisogno disperato di non restare solo in quella trappola.


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