Capitolo 5: Mescolanza di colori


 


Jacopo arrivò davanti al portone con la busta in mano. Dentro c’erano i soldi per il lavoro che Valerio aveva terminato la settimana prima. 

Suonò il campanello. Dall’interno si sentì un rumore di passi veloci, poi la voce di Valerio:  

«Arrivo!»  

Qualche secondo dopo, Valerio comparve in cima alle scale. Era a petto nudo, con addosso solo un paio di pantaloncini rossi, e portava ancora sul viso l’espressione assonnata di chi è stato svegliato di colpo.  

Jacopo abbassò lo sguardo, un po’ spiazzato, poi sorrise.  

«Scusa se ti disturbo a quest’ora. Ti porto il compenso per il lavoretto dell’altro giorno, tuo padre ha detto al mio che per stavolta va bene così.»  

Valerio scese lentamente, i gradini scricchiolavano sotto i piedi nudi.  

«Ma figurati, dovevi solo avvisarmi. Non c’era fretta.»  

Prese la busta, la pesò con la mano, poi fece per ritornare indietro. Si voltò e con un cenno del capo invitò Jacopo a salire.  

Entrati nell’appartamento, Valerio appoggiò la busta su un tavolino vicino all’uscio e chiuse poi la porta alle spalle di Jacopo.

«Andiamo in camera mia, che si sta più freschi, lì ho acceso l’aria condizionata…o hai da fare?»

Jacopo, con il cuore in gola, non disse nulla.

La camera di Valerio era un piccolo universo ordinato nel disordine. Le pareti, dipinte di un bianco che il tempo aveva reso caldo, erano punteggiate da poster sbiaditi: un vecchio concerto dei Modena City Ramblers, una stampa di Che Guevara, e una foto in bianco e nero di Berlinguer ritagliata da un giornale.

Sul comodino, accanto a una pila di libri di scuola, si alternavano romanzi di Calvino e saggi di politica, con una tazza di caffè ormai freddo che sembra far parte dell’arredamento. Il letto era disfatto, ma non trascurato: le lenzuola portavano il segno di un ragazzo che viveva intensamente, non di uno che non si cura di sé.

Una chitarra appoggiata al muro, qualche vinile, e un vecchio zaino con la toppa dell’ANPI completavano il quadro. Dalla finestra entrava una luce dorata che illumina la scrivania, dove un computer portatile conviveva con volantini di eventi culturali e un quaderno pieno di appunti e frasi sottolineate.

Era una stanza che raccontava un diciottenne idealista, curioso, un po’ disordinato ma autentico — uno che crede ancora che le idee possano cambiare le cose, e che la bellezza si trovi nei dettagli quotidiani.

Valerio aiutò Jacopo a togliersi i vestiti, poi lui stesso, con un gesto rapido e un po’ impacciato, si liberò dei pantaloni.

“Non porti le mutande?” chiese Jacopo, divertito.

“In casa no… mi sento più libero così,” rispose Valerio, cercando di mascherare l’imbarazzo.

Si coricò sul letto, lasciando che Jacopo si avvicinasse. Per un momento restarono immobili, a pochi centimetri l’uno dall’altro, come sospesi. Poi Valerio gli sfiorò la mano, e quel contatto bastò a sciogliere la tensione.

Jacopo si distese accanto a lui, e il silenzio si riempì di respiri. Un gesto incerto, poi un abbraccio. Le loro fronti si toccarono, e in quell’attimo tutto sembrò naturale, inevitabile.

Quando si guardarono negli occhi, non servivano parole. Un sorriso, un accenno di carezza, e il mondo fuori dalla stanza smise di esistere.

Jacopo rimase sdraiato accanto a lui, ancora con il respiro irregolare. La stanza sembrava più piccola, come se l’aria si fosse fatta densa. Valerio fissava il soffitto, poi parlò piano, quasi per scusarsi.

«Non volevo che succedesse così. È che… quando ti ho visto, e ricordandomi quello che è successo a casa tua, ho smesso di ragionare e… volevo vedere fin dove sarei riuscito ad arrivare… o dove saresti arrivato tu.»

Jacopo si voltò verso di lui. «Non devi scusarti. Non mi hai costretto a niente.»

«Lo so. Ma di solito non sono così diretto. Mi è venuto naturale, come se fosse già deciso.»

Jacopo sorrise appena. «Forse lo era. Da giorni, da settimane. Solo che nessuno dei due voleva ammetterlo.»

Valerio lo guardò, gli occhi lucidi di una sincerità improvvisa. «Non era solo curiosità, Jacopo. È che con te mi sento… tranquillo. Come se potessi essere me stesso senza dover spiegare niente, anche se ci vediamo quasi solo all’oratorio. Ogni volta che entri in una stanza, sembra che porti con te un’aura di calma — stare vicino a te fa davvero bene.» 

Jacopo annuì, lasciando che il silenzio completasse la frase. «Ecco perché non mi sono tirato indietro. Non era una scelta, era una risposta.»

Valerio chiuse gli occhi, un sorriso gli attraversò il volto. «Allora non ho rovinato niente.»

«No,» disse Jacopo, «hai solo tolto il velo a qualcosa che c’era già.»


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