Le otto e trenta del mattino a Palazzo Chigi avevano il colore grigio del marmo pulito di fresco. Jacopo Valli attraversò il cortile d’onore a passo rapido, sistemandosi il nodo della cravatta; l’ascensore istituzionale lo avrebbe portato al piano nobile. Il capo di gabinetto e due addetti alla comunicazione gli trottavano accanto sciorinando la rassegna stampa, ma la mente di Jacopo era rimasta a un dettaglio della conversazione di poche ore prima sul cuscino avuta con Valerio: «Un insulto alla dignità dei lavoratori».
«Annullate la riunione delle nove sui tagli alla sanità,» ordinò Jacopo appena entrato nello studio presidenziale, sfilandosi la giacca. «E fate salire subito il Sottosegretario alla Presidenza.»
Cinque minuti dopo, il sottosegretario – un politico di lungo corso dall’aria perennemente affaticata – faceva il suo ingresso con una cartella in pelle sotto il braccio.
«Signor Presidente, la rassegna stampa è ottima. Il suo intervento di ieri ha blindato la maggioranza. L'opposizione è alle corde,» esordì il sottosegretario sorridendo.
Jacopo non ricambiò il sorriso. Si appoggiò al bordo del lungo tavolo da riunioni, incrociando le braccia. «Sulla manovra stiamo spingendo troppo sulle coperture territoriali. Se approviamo il testo così com'è, rischiamo di scoprire il fianco sui contratti di categoria. Voglio che la commissione bilancio limi tre punti sull'articolo quattordici.»
Il sottosegretario rimase perplesso. «Ma Presidente, era la nostra bandiera identitaria. Se ammorbidiamo il testo adesso, sembrerà una concessione alla piazza di Valerio Neri. Quello ieri ci ha attaccato con una violenza inaudita...»
«Non è una concessione, è calcolo,» tagliò corto Jacopo con voce ferma, senza tradire l'ombra di un'emozione. «Modifichiamo la struttura finanziaria prima che arrivi il testo definitivo in aula. La rendiamo più solida. Fate fare il lavoro tecnico ai burocrati del Ministero entro mezzogiorno. Nessuna dichiarazione ai giornali.»
Quasi contemporaneamente, a poche centinaia di metri di distanza, la sede del gruppo parlamentare d’opposizione a Montecitorio era già in subbuglio. Valerio Neri stava in piedi al centro della sala riunioni, una tazza di caffè bollente in mano e il cappotto gettato sullo schienale di una sedia. Attorno a lui, i capigruppo di Camera e Senato attendevano la linea per la giornata.
«Oggi dobbiamo affondare il colpo,» incalzò la capogruppo alla Camera, battendo un pugno sul foglio dell'ordine del giorno. «Dopo l'attacco di ieri sera, i giornali ci danno in grande spinta. Dobbiamo occupare le commissioni e chiedere il blocco dei lavori.»
Valerio prese un sorso di caffè, guardando dalla finestra le auto blu che sfrecciavano su via del Corso. Sapeva che se avessero forzato troppo la mano in quel momento, il governo avrebbe posto la fiducia per blindare il provvedimento, chiudendo ogni margine di manovra e costringendo Jacopo a un muro contro muro istituzionale.
«No. Niente blocchi ad oltranza,» disse Valerio girandosi verso i suoi.
La sala piombò in un silenzio sorpreso.
«Valerio, ieri in aula li hai massacrati,» intervenne il capogruppo al Senato. «Se adesso rallentiamo, la nostra base non capirà. Sembrerà che stiamo prendendo tempo.»
«Ed è esattamente quello che faremo: prenderemo tempo,» spiegò Valerio, calibrando ogni parola con estrema attenzione. «Chiederemo una serie di audizioni tecniche in commissione e presenteremo emendamenti correttivi molto specifici, senza fare ostruzionismo sterile. Diamo alla maggioranza quattro giorni di tempo per impantanarsi nei loro stessi numeri. Se si rendono conto che il testo non regge, saranno costretti a riformularlo da soli.»
«E se non lo fanno?» pretese la capogruppo.
«Lo faranno,» affermò Valerio con una sicurezza che spiazzò i presenti. Poi aggiunse subito, a scanso di equivoci: «Valli è troppo orgoglioso per farsi bocciare la manovra dai rilievi della Ragioneria. Lavoriamo sui dettagli tecnici e teniamo i toni bassi con i cronisti. Nessun trionfalismo. Diamo l'idea di essere rigorosi, non accomodanti.»
Nel tardopomeriggio, gli uffici stampa rilasciarono le rispettive note ufficiali: la maggioranza annunciava "un'ottimizzazione tecnica dell'articolo 14", mentre l'opposizione comunicava la scelta di "aprire un confronto istituzionale sui contenuti senza pregiudiziali".
Chiuso nel bagno privato del suo studio a Palazzo Chigi, Jacopo estrasse dalla tasca interna della giacca il secondo cellulare. Con una mossa rapida aprì lo slot laterale, rimosse la SIM di servizio e inserì la SIM segreta riservata unicamente per scrivere o chiamare Valerio. Accese il dispositivo, attese qualche secondo il riaggancio della rete e sbloccò la chat criptata.
«Articolo 14 ridimensionato! La commissione ha già ricevuto le direttive 😉 gestito tutto senza drammi» digitò Jacopo, aggiungendo un'emoticon con l'occhiolino.
A Montecitorio, nella penombra dell'ascensore di servizio riservato ai parlamentari, Valerio fece lo stesso gesto: sfilò una piccolissima scheda dal portafoglio, sostituì la SIM nel suo telefono secondario e lesse la notifica appena apparsa sul display.
Un sorriso spontaneo gli illuminò il volto. Le sue dita scorsero veloci sullo schermo: «I miei capigruppo hanno ingoiato la pillola delle audizioni senza fare storie! 😇 Quattro giorni di tregua accordati, nessuno sospetta niente!»
Jacopo guardò lo schermo e una risata sincera spezzò la rigidità del suo volto riflesso nello specchio.
«Bravo il mio grande stratega... ti è costato molto fare il mansueto con i tuoi? 😜» stuzzicò il Premier.
«Un'enorme fatica recitativa! Pretendo un compenso adeguato... 😇 Ci vediamo giovedì? 🏠❤️» rispose Valerio.
Jacopo esitò solo un istante, battendo le dita sul telefono con il cuore che accelerava leggermente. «Stesso posto, stessa ora. Però togliti la "cravatta rossa" prima di entrare 😂»
«Solo se tu lasci l'abito da Premier fuori dalla porta... A giovedì 😘» fu la replica immediate di Valerio.
Jacopo inviò un ultimo cuoricino, poi spense il telefono, riaprì lo slot per sfilare la SIM segreta e rimettere quella istituzionale. Uscì dal bagno rivestito dalla solita corazza pubblica, ma con un calore leggero rimasto a scaldargli il petto.
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