Samuel si avvicinò alla grande libreria in noce intarsiato che occupava l'intera parete est dello studio. Sfiorò con la punta delle dita il dorso in pelle consumata di un volume di diritto costituzionale del XIX secolo, applicando una pressione calibrata su un punto invisibile della scaffalatura.
Un scatto metallico, quasi impercettibile, risuonò dietro la parete. Senza un rumore, una porzione della pannellatura in legno rientrò di pochi centimetri per poi scivolare di lato, svelando un'apertura stretta e buia.
Jacopo e Valerio si scambiarono un'occhiata carica di sbalordimento.
«Il Quirinale è una stratificazione di secoli», spiegò Samuel con voce calma, recuperando da un cassetto della scrivania una piccola torcia a led e tre dispositivi neri, simili a spesse carte di credito. Ne consegnò uno a ciascuno. «Questo passaggio risale ai cunicoli sabaudi, modificato negli anni Cinquanta e poi del tutto cancellato dai faldoni del Ministero delle Infrastrutture. Infilate questo nei vostri cellulari: creerà un loop biometrico e di posizione. Per la scorta là fuori, per le telecamere nei corridoi e per chiunque stia intercettando i nostri segnali, noi tre siamo ancora qui dentro, impegnati in una riunione riservata di tre ore.»
«Samuel, mi sembra di stare dentro un film di spionaggio di serie B», mormorò Valerio, fissando il varco nell'ombra. «Se la stampa scopre che il Presidente della Repubblica e il Premier sono spariti nel muro...»
«Nessuno scoprirà nulla, a patto che mi seguiate», lo interrompè Samuel, facendoli strada all'interno del cunicolo.
La porta di legno scivolò di nuovo al suo posto con un soffio sordo, sigillandoli nel buio. L'aria divenne subito più fredda, odorosa di pietra antica, umidità e polvere secolare. Scesero lungo una ripida scalinata a chiocciola in pietra viva, con i passi attutiti dal fondo gommato delle calzature. Il contrasto tra i fasti dello Studio alla Vetrata e l'austerità di quel tunnel era quasi straniante.
Dopo un tragitto di circa dieci minuti tra le viscere del colle Quirinale, il passaggio sboccò in un piccolo ambiente circolare in cemento armato. Al centro della stanza, una pesante porta blindata in acciaio — del tutto anacronistica rispetto ai mattoni romani della galleria — si aprì al solo passaggio della mano di Samuel su uno scanner ottico.
Oltre la porta non c'era una strada, ma una rampa di accesso illuminata da strisce a LED blu elettrico. Ad attenderli c'era una navetta nera dalle linee filanti, priva di contrassegni, del tutto silenziosa.
«Ciampino, hangar sotterraneo 4B», disse Samuel. Il vettore non aveva alcun pilota.
Il tragitto sotterraneo durò meno di sei minuti, sfruttando la rete di gallerie di servizio e corridoi logistici riservati che collegavano la capitale ai suoi nodi strategici. Quando l'autovettura si arrestò, le portiere si aprirono all'interno di un gigantesco hangar interrato sotto il perimetro dell'Aeroporto di Ciampino, completamente schermato dalle frequenze radar e dai satelliti civili.
Ma a togliere il fiato a Jacopo e Valerio fu quello che si trovava al centro della struttura.
Non era un aereo della Flotta di Stato. Non somigliava a nulla che appartenesse all'aeronautica militare conosciuta. Era un velivolo opaco, dalla geometria fluida, di un colore grigio antracite che sembrava inghiottire la luce circostante. Non aveva eliche, né i vistosi scarichi dei reattori tradizionali: la carcassa poggiava su una campana a levitazione magnetica che emetteva solo un ronzio a bassissima frequenza, facendo vibrare leggermente il pavimento sotto i loro piedi.
«Propulsione magnetica ad alto campo», disse Samuel, guardando lo stupore dipinto sui volti dei due politici. «Niente cherosene, niente traccia termica, nessuna firma radar. Vola a quota suborbitale ad oltre Mach 5. Tra meno di quindici minuti saremo sulle coordinate dell'Atlantico del Nord.»
Valerio si voltò verso Samuel, la mano stretta attorno al dispositivo di mascheramento. «Samuel... chi ha costruito questa roba? L'esercito italiano non ha niente del genere.»
«L'esercito no», rispose Samuel facendoli avviare verso la rampa di imbarco del vettore supersonico. «Atlantide sì.»
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