Vent'anni prima, l'estate in una cittadina di provincia non conosceva mezze misure: l'asfalto del cortile dell'oratorio bruciava sotto il sole di luglio, mentre i ragazzi della parrocchia si dividevano i compiti per l'organizzazione della festa di fine campo estivo.
Jacopo aveva sedici anni e portava già la riga di lato rigorosa. Con un block-notes in mano e una penna a scatto, verificava minuziosamente l'inventario delle casse di gassosa e la disposizione delle sedie pieghevoli dietro il palco. Per lui, il disordine era un errore di calcolo da correggere prima che diventasse visibile.
«Se metti le sedie così corte, la gente in fondo non vedrà niente e sposterà tutto a metà serata,» disse una voce alle sue spalle.
Jacopo si girò, infastidito dall'interruzione. Davanti a lui c'era Valerio, diciotto anni, una maglietta scolorita e i capelli ricci increspati dal sudore. Con una cassa di legno piena di cavi elettrici in spalla, lo guardava con un'espressione sfacciata. Era uno di quelli che arrivavano sempre in ritardo alle riunioni, ma che poi finivano per gestire il microfono durante i tornei di calcetto.
«C'è un disegno preciso sul tabellone,» rispose Jacopo, mostrando il foglio con la piantina tracciata a righello. «Se allarghiamo le file, ostruiamo il passaggio per i soccorsi e il buffet.»
Valerio appoggiò la cassa a terra con un colpo secco e ridacchiò, asciugandosi la fronte con il dorso del braccio. «Il buffet? Jacopo, sono le otto di sera e ci sono quaranta gradi. La gente vuole sedersi vicino ai ventilatori, non seguire il tuo piano regolatore.»
Senza aspettare replica, Valerio afferrò le prime tre sedie di plastica blu e le trascinò all'ombra del porticato, spiazzando completamente la simmetria che Jacopo aveva impiegato un'ora a costruire.
«Non puoi spostarle!» esclamà Jacopo, facendosi avanti d'impulso.
Valerio si voltò all'improvviso per replicare e Jacopo non fece in tempo a frenare il passo. Si ritrovarono a pochi centimetri l'uno dall'altro. Per un secondo il rumore dei ragazzi in cortile sfumò sullo sfondo. Jacopo avvertì il calore della pelle di Valerio, l'odore di erba tagliata e di sapone economico, e notò per la prima volta le pagliuzze dorate che gli venavano gli occhi scuri. Valerio non indietreggiò; abbassò solo lo sguardo sulle labbra di Jacopo prima di rialzarlo sul suo viso, con un'attenzione improvvisa che gli fece perdere per un istante la solita sfrontatezza.
Jacopo deglutì a vuoto, irrigidendo il collo. Un'elettricità sottile e inattesa gli attraversò la schiena, rendendogli difficile persino formulare l'argomentazione successiva.
«Tu pensi alle regole, io penso a chi ci deve stare seduto,» disse Valerio, ma la sua voce era scesa di un tono, persa la spavalderia di prima. «Lavoriamo insieme e vediamo chi ha ragione a fine serata.»
La festa fu un caos perfetto, ma il settore all'ombra organizzato da Valerio diventò il punto più affollato dell'intero oratorio. A mezzanotte, quando la musica si spense e la parrocchia si svuotò, i due si ritrovarono da soli a riporre i cavi dietro la sagrestia.
Jacopo si avvicinò mentre Valerio si chinava per arrotolare un cavo audio. Nel farlo, le loro mani si sfiorarono per errore sul metallo freddo del connettore. Nessuno dei due ritrasse subito il gesto. Le dita di Valerio rimasero appoggiate per un secondo di troppo sul dorso della mano di Jacopo, una carezza involontaria ma deliberata nel suo prolungarsi, prima di sciogliere la presa.
«Avevi ragione tu sulle sedie,» ammise Jacopo a bassa voce, cercando di mantenere fermo il tono. «Ma il buffet è rimasto sguarnito alle dieci. Te l'avevo detto.»
Valerio si alzò lentamente, guardandolo dritto negli occhi con un sorriso nuovo, meno di sfida e più intimo. «Allora facciamo un patto: la prossima volta tu fai la mappa e io decido dove mettere la gente.»
In quel cortile ormai buio, tra la luce fioca di un lampione e il peso di quell'intesa improvvisa, due traiettorie opposte si incrociarono per la prima volta.
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