La luce del primo mattino, filtrata dai tendaggi pesanti dello Studio alla Vetrata del Quirinale, non aveva la solenne compostezza delle istituzioni. Era una luce fredda, affilata, che tagliava a metà la grande scrivania in noce e il volto di Samuel Bertelli.
Samuel non aveva ancora indossato la giacca. In maniche di camicia, la cravatta leggermente allentata, guardava oltre la vetrata la vista di Roma che si svegliava, distesa e ignara, ai piedi del colle. Da quando era stato eletto Capo dello Stato, la Repubblica aveva trovato una calma strana, quasi innaturale. Un equilibrio sorretto dalle spalle di due uomini che la pensavano in modo a volte diametralmente opposto su tutto, tranne che sulla stabilità del Paese — e su quanto si volevano bene.
Il telefono di servizio sulla scrivania squillò. Un unico impulso discreto.
«Entra, Valerio», disse Samuel prima ancora che la porta si aprisse.
Valerio Neri varcò la soglia con il passo rapido di chi non dormiva da trentasei ore. Da Leader dell'Opposizione, la sua giornata era un'altalena costante tra dichiarazioni d'attacco in aula e consultazioni a fari spenti. Portava sotto gli occhi due ombre scure che neanche la luce dorata del Quirinale riusciva a smorzare.
«Jacopo è in ritardo», esordì Valerio chiudendo la porta alle proprie spalle. «Il Presidente del Consiglio ha dovuto schivare due troupe della Rai nell'atrio di Palazzo Chigi. Ormai anche per andare in bagno deve inventarsi una deviazione diplomatica.»
Samuel abbozzò un sorriso stanco, sedendosi sul bordo della scrivania. «Ha fatto bene. Più i media vi vedono insieme, più la stampa di destra e di sinistra grida al complotto - disse con un sorriso ironico- Come sta?» Chiese poi.
«Sta bene. O meglio, sta come può stare un Premier che governa con una maggioranza ballerina e un compagno che gli spara contro tutti i pomeriggi dai banchi dell'opposizione», rispose Valerio, lasciandosi cadere su una delle poltrone in pelle verde. Ma il tono non era polemico. C'era un'intesa sottile tra loro tre, una rete di protezione costruita nell'ultimo anno e consolidata dal rispetto reciproco.
Samuel lo osservò in silenzio per qualche secondo. Essendo della stessa città, in privato avevano stabilito da tempo di darsi del tu, superando il rigido protocollo. Conosceva Valerio abbastanza da capire quando qualcosa non andava.
«Non sei qui per le battute sulla coalizione, Valerio. Cosa c'è?»
Valerio non rispose subito. Dalla tasca interna della giacca estrasse il cellulare, cercò il messaggio ricevuto e lo porse a Samuel.
La stanza sembrò perdere improvvisamente qualche grado.
Samuel non sobbalzò. Non ci fu alcun gesto drammatico. Il suo viso, scolpito da anni di diplomazia e riserbo, rimase immobile, ma le sue dita — sottili, abituate a firmare decreti e trattati internazionali — si irrigidirono leggermente sul bordo dello schermo.
Valerio lo fissava con attenzione quasi chirurgica. «Inizialmente ho pensato alla classica spazzatura da ricatto politico. Ma chiunque abbia scritto questa cosa conosce dettagli riservati che non sono mai comparsi nei report militari su quel giorno in Iraq.»
«Iraq... vent'anni fa», mormorò Samuel. La sua voce era scesa di un'ottava, priva della consueta flessione istituzionale. Era la voce di un uomo ritornato d'un tratto in mezzo alla polvere. «Mi trovavo lì per una missione della mia fondazione — mia e di Riccardo — per la costruzione di pozzi d'acqua in un villaggio. Il punto di sosta era la base militare italiana. Improvvisamente la vedetta vide avvicinarsi un bambino con addosso una cintura esplosiva. Io mi precipitai fuori: i soldati gli avrebbero sparato senza tanti complimenti. In quel momento si levò una tempesta di sabbia che mi protesse, e riuscii a togliergli di dosso quell'ordigno di morte.»
Valerio rimase interdetto. «Nessuno ne ha mai parlato nei faldoni ufficiali.»
«Probabilmente fu derubricato e insabbiato. Esisteva anche un video, che è poi stato rimosso dal web.»
«Chi lo ha rimosso?»
«Mio figlio Mattia», rispose Samuel con voce ferma. Poi fece una pausa, fissando il vuoto. «Ma il problema è un altro. È quello che c'è dietro, e la voce che ho sentito... quella di Riccardo che mi guidava nella tempesta.»
Valerio aggrottò la fronte. «Riccardo era il tuo ex compagno. Morto, mi pare di ricordare, una decina di anni prima.»
In quel preciso istante la porta si aprì ed entrò Jacopo. Samuel accennò un saluto e gli ripeté le stesse identiche parole: aveva giurato a se stesso che non ci sarebbero più stati segreti di alcun tipo.
Jacopo ascoltò in silenzio, incrociando le braccia. «Presidente... Samuel... se le cose stanno così, non credo veramente che ci sia nulla da temere. Un episodio di vent'anni fa, in quel contesto, non può che essere un ulteriore elemento a sostegno del tuo nome e della tua bontà d'animo.»
«Il problema non è questo», lo interrompò Samuel, lo sguardo scuro. «Se dietro a quel messaggio c'è chi temo, siamo tutti in grave pericolo.»
Jacopo e Valerio si guardarono, spiazzati e confusi.
Samuel si alzò lentamente dalla scrivania, girandosi verso di loro. «Se vi raccontassi tutto ora, mi prendereste per pazzo. Io stesso ho faticato a crederci. L'unico modo per farvelo capire... è che io vi porti ad Atlantide.»

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