Capitolo 17: il colore del sangue

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Bologna accoglieva la delegazione di Palazzo Chigi con un cielo chiaro e il brusio tipico di Piazza Maggiore nelle ore del primo pomeriggio. Jacopo era sceso a capo scoperto dall'auto presidenziale davanti alla Sede della Regione, accompagnato dai fari lampeggianti della scorta e dai flash dei fotografi. La tappa bolognese era stata inserita all'ultimo minuto nel programma del Premier: un vertice operativo sui fondi straordinari di ricostruzione, un segnale istituzionale di presenza e concretezza dopo le settimane drammatiche dell'alluvione.

​Nonostante il contesto di emergenza locale, l'aria attorno a Jacopo era carica di una sotterranea tensione politica. Nelle ultime settimane, il Premier aveva sorpreso l'opinione pubblica e indisposto le ali più ortodosse della sua stessa coalizione assumendo una posizione netta sul conflitto in Medio Oriente. Spinto da una profonda convinzione personale — e dalle lunghe discussioni notturne con Valerio, che lo aveva incoraggiato a superare i tatticismi di parte —, Jacopo aveva espresso una ferma condanna nei confronti delle operazioni militari dell'esercito israeliano, schierando ufficialmente l'Italia a favore del riconoscimento dei diritti del popolo palestinese e della soluzione dei due Stati. Una presa di posizione coraggiosa, coordinata sottobanco con l'opposizione per garantire una linea nazionale coesa, ma che gli aveva attirato l'ostilità feroce di frange estremiste e ambienti radicali.

​La piazza, tuttavia, appariva tranquilla, presidiata dai carabinieri e popolata da studenti e cittadini curiosi attirati dal cordone di sicurezza.

​Jacopo si fermò per pochi istanti ai microfoni dei cronisti locali, rispondendo a una domanda secca sulla situazione in Romagna e glissando con eleganza su un'ulteriore provocazione diplomatica estera. Finita la battuta ai giornalisti, il Premier fece un cenno di saluto verso la folla e si avviò a passo spedito verso l'ingresso dell'edificio, scortato dal capo della sua sicurezza personale.

​Fu in quel millesimo di secondo che il tempo sembrò spezzarsi.

​Dall'angolo del portico adiacente, dove la calca di passanti era più fitta, un uomo sulla trentina, con un giubbotto scuro e lo sguardo fisso, si fece largo tra la gente. Era un fanatico estremista, un cane sciolto della galassia filo-israeliana radicalizzatosi sul web, ossessionato dalle recenti prese di posizione del Governo italiano che considerava un tradimento imperdonabile. Estrasse una pistola semi-automatica dal tascone e fece tre passi rapidi verso il Premier, esplodendo una sequenza ravvicinata e devastante di tre colpi prima che gli agenti potessero reagire.

​Un agente della scorta tentò un placcaggio disperato, ma i proiettili avevano già raggiunto l'obiettivo: due colpi ad altissimo impatto penetrarono in pieno torace e all'addome, mentre un terzo frammento lo sfiorò al collo.

​Jacopo venne crollò pesantemente all'indietro sulla pietra del portico, mentre il sangue macchiava istantaneamente la camicia e l'abito scuro. L'attentatore venne travolto e bloccato a terra dagli uomini della sicurezza nel caos totale che inghiottì la piazza: urla di terrore, gente in fuga, sirene spiegate e comandi concitati via radio. I soccorritori della scorta si piegarono sul corpo del Premier, cercando di tamponare le emorragie imponenti mentre Jacopo perdeva coscienza.

​A Roma, la notizia piombò come una bomba devastante all'interno di Montecitorio durante una seduta di commissione.

​Valerio stava ascoltando l'intervento di un collega quando il suo collaboratore più stretto fece ingresso nell'aula senza chiedere il permesso, con il volto completamente stravolto e le mani tremanti, e gli sporse il tablet con l'edizione straordinaria del telegiornale.

​«ATTENTATO A BOLOGNA: GRAVISSIMO IL PREMIER JACOPO VALLI. CONDIZIONI DISPERATE»

​Per un secondo, il cuore di Valerio smise di battere. L'aula attorno a lui si trasformò in un silenzio irreale e privo di coordinate. Le immagini sullo schermo mostravano Piazza Maggiore transennata, le ampie chiazze di sangue sulla pietra e i medici del 118 intenti a praticare le manovre di rianimazione sul posto prima della corsa disperata al Policlinico Sant'Orsola.

​«Lo stanno operando d'urgenza...» gli sussurrò il collaboratore con la voce spezzata dal panico. «Ha due proiettili nel torace. I medici dicono che le prossime ore saranno decisive e che le sue condizioni sono critiche. C'è il rischio concreto che non superi la notte. L'attentatore è un estremista filo-israeliano...»

​Valerio si alzò in piedi di scatto, la vista annebbiata e le gambe che quasi non lo sostenevano. Sentì un vuoto glaciale e atroce divorargli lo stomaco: l'uomo con cui aveva condiviso ogni respiro, la mente e il cuore della sua vita intera, stava lottando tra la vita e la morte a duecento chilometri di distanza.

​Senza dire una parola, lasciò carte e colleghi pietrificati nell'aula. Uscì nel corridoio estraendo il telefono con le dita rigide per il terrore. Annullò istantaneamente ogni impegno istituzionale, diramò una brevissima nota di sgomento e salì sulla prima auto ufficiale diretta a sirene spiegate verso l'autostrada per Bologna. Durante tutto il viaggio, mentre la pioggia tornava a bagnare l'asfalto, Valerio fissò lo schermo spento del telefono, pregando nel silenzio dell'abitacolo che il filo che li legava da vent'anni non si spezzasse per sempre prima del suo arrivo.

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