​Capitolo 1: Il rumore di fondo





​La luce bluastra del televisore a schermo piatto, sospeso sulla parete spoglia del bilocale in rione Monti, tagliava il buio della camera da letto. Sul display, il logo del tg all-news lampeggiava a ritmo regolare, mentre le immagini dell’aula di Montecitorio scorrevano a volume basso, come una colonna sonora distante.

​Jacopo era sdraiato di schiena, il braccio destro piegato dietro la testa e il petto nudo che saliva e scendeva al ritmo di un respiro lento. Valerio gli stava accanto, appoggiato sul fianco, un gomito affondato nel cuscino e lo sguardo fisso sullo schermo.

​"...uno scontro durissimo, quello registrato oggi alla Camera tra il Presidente del Consiglio e il leader dell'opposizione," recitava la voce della giornalista in studio.

​Sullo schermo comparvero le immagini del pomeriggio. Jacopo, in un completo blu scuro impeccabile, parlava dai banchi del governo con gesto fermo, scandendo le parole con precisione chirurgica. Poi la regia tagliava sullo scranno dell’opposizione: Valerio, le maniche della camicia arrotolate sugli avambracci, i capelli leggermente in disordine, piegato sul microfono mentre scuoteva il capo con rabbia dipinta sul volto.

​«Ero convincente?» mormorò Valerio senza staccare gli occhi dalla TV.

​Jacopo accennò un sorriso stanco, piegando il capo verso di lui. «Eri teatrale. Quando hai detto che la mia manovra economica è 'un insulto alla dignità dei lavoratori', hai quasi fatto tremare la vetrata dell'emiciclo. Molto drammatico.»

​«Era un insulto,» ribatté Valerio, voltandosi a guardarlo negli occhi. Il tono era calmo, privo dell'asprezza mostrata solo poche ore prima davanti alle telecamere. «E tu avevi quell'aria da primo della classe che fa venire voglia di tirarti addosso il regolamento parlamentare.»

​«Funziona,» rispose Jacopo, allungando una mano per sfiorare la spalla di Valerio. «I giornali di domattina non parleranno d'altro. Due visioni del Paese a confronto. La destra rigorista contro la sinistra di piazza. Il perfetto bipolarismo.»

​Valerio si lasciò andare contro il suo petto, appoggiando il mento sulla spalla di Jacopo. Il calore della pelle azzerava la distanza istituzionale, cancellava le mozioni, i voti di fiducia e le strategie di partito. In quella stanza, spogliati dalle giacche e dai ruoli ufficiali, non c'erano maggioranza e opposizione: c'erano solo due uomini di trent'anni stanchi di recitare.

​«Fino a quando pensi che reggerà?» chiese Valerio a bassa voce, mentre alla TV partiva il servizio sulle reazioni dei mercati.

​«Finché continuiamo a uscire da qui a orari diversi e con le auto della scorta parcheggiate a tre isolati di distanza,» disse Jacopo, ma nella sua voce passò un'ombra di incertezza.

​Il cellulare di Jacopo, appoggiato sul comò all'ingresso, vibrò nel silenzio. Tre squilli brevi: il segnale di un messaggio dal capo ufficio stampa della Presidenza del Consiglio. Jacopo non si mosse, stringendo leggermente le dita attorno al braccio di Valerio.

​Sullo schermo, lo specchio diviso della TV mostrava ancora i loro due volti messi a confronto: Jacopo a sinistra, immerso nella luce calda dei fari di Palazzo Chigi; Valerio a destra, incorniciato dal blu freddo della piazza. Due colori nettamente distinti, destinati a scontrarsi ogni giorno per non rivelare la sfumatura che li univa nel buio.

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