Mattia contro il Colpo di Stato Parte Seconda





 ​"Italiane e italiani, concittadini.

​Mi rivolgo a voi in un’ora che non ha eguali nella storia della nostra Repubblica. Un’ora d’ombra, di smarrimento e di dolore inimmaginabile.

​Le immagini di Montecitorio, il silenzio squarciato dalla violenza, la perdita del nostro Presidente della Repubblica, dei membri del Governo e dei rappresentanti che voi avevate eletto... sono una ferita che sfigura il cuore stesso della nostra Patria. A tutte le famiglie delle vittime va il mio abbraccio più profondo, a nome di un Paese intero in lutto.

​So cosa state provando in questo momento. So che tra la rabbia e lo sconcerto vi state ponendo la domanda più difficile: chi c'è adesso al timone? La democrazia è finita?

​La risposta è no.

​In base alle leggi fondamentali dello Stato e al dovere a cui sono chiamato per garantire la continuità istituzionale, assumo da questo momento la supplenza del Capo dello Stato e la guida provvisoria della Nazione. Non sono un politico, non sono stato eletto nelle aule del Parlamento, e mai avrei voluto trovarmi qui stasera a parlarvi con questa veste. Sono un servitore della Costituzione. E proprio quella Carta, scritta col sangue di chi ci ha preceduto, è la roccia su cui ci appoggiamo stasera.

​Chi ha compiuto questo gesto vili e tremendo voleva decapitare l'Italia. Voleva farci piombare nel caos, nella paura, nell'anarchia. Voleva farci credere che le istituzioni siano solo palazzi di pietra. Ma si sono sbagliati. Le istituzioni non sono i muri di Montecitorio: le istituzioni siamo noi. Siamo tutti noi.

​Nelle prossime ore decreterò il lutto nazionale, coordinerò le forze dell'ordine e l'esercito per mettere in sicurezza il Paese e assicurarmi che i responsabili vengano trovati e consegnati alla giustizia. Ma soprattutto, avvierò subito le procedure straordinarie per ripristinare l'ordine democratico e portare il Paese a nuove elezioni nel più breve tempo possibile.

​Non abbiate paura. L'Italia non si è fermata. Lo Stato c'è, la Repubblica vive e la legge prevale.

​Viva l'Italia.”


​Il pallino rosso della telecamera si spense.

​Per tre secondi, nello studio improvvisato al Palazzo del Quirinale, ci fu solo un silenzio innaturale, pesante come piombo. Poi, il regista fece un piccolo gesto con la mano. Fuori onda.

​Mattia staccò gli occhi dall'obiettivo, ma rimase immobile. Sotto le luci dei riflettori sudava, nonostante l'aria condizionata al massimo. Le mani, appoggiate sul legno antico della scrivania, tremavano appena. Non era paura, o almeno non solo: era la consapevolezza fisica che da quel preciso istante ogni sua singola parola avrebbe potuto salvare o far crollare il Paese.

​«Siamo andati benissimo, Presidente», disse il capo dell'ufficio stampa, la voce incrinata che tradiva l'età e la stanchezza. Aveva gli occhi rossi. Suo fratello era tra i commessi in servizio a Montecitorio.

​Mattia non rispose. Si alzò lentamente, sbottonandosi il primo bottone della camicia e allentando il nodo della cravatta. Sentiva il colletto stringergli la gola come una morsa.

​La porta dello studio si aprì di colpo, rompendo la bolla di vetro.

​Entrò il Generale dei Carabinieri, scortato da due uomini del Servizio di Sicurezza in abito scuro e auricolare ben visibile. Dietro di loro Rebecca Tolomei, con un tablet in mano e un'espressione che Mattia non gli aveva mai visto in dieci anni di conoscenza: panico puro, disciplinato a fatica.

​«Signor Presidente provvisorio», disse il Generale, senza indugiare nei convenevoli. «Le auto blindate sono nel cortile d'onore. Il Palazzo è blindato, lo spazio aereo su Roma è stato chiuso cinque minuti fa. I vertici delle forze armate e i capi dei servizi di segretezza la stanno aspettando nella Sala della Pace.»

​Presidente provvisorio. Quelle due parole suonavano sgradevoli, stonate, come una nota sbagliata in un requiem.

​Mattia si voltò verso la finestra che dava sui giardini del Quirinale. In lontananza, verso il centro di Roma, il cielo notturno era ancora macchiato da una scia di fumo denso, illuminata a intermittenza dal lampeggiare blu dei soccorsi. Montecitorio non c'era più. Un pezzo di storia, migliaia di vite, l'intero assetto democratico dell'Italia... spazzati via in un secondo.

​«Generale», disse Mattia, la voce che ritrovala la consueta fermezza da aula giudiziaria. «Avete notizie dai soccorsi? C'è qualcuno... qualcuno è sopravvissuto?»

​La Segretaria Generale scosse la testa prima ancora che il militare potesse parlare. «I Vigili del Fuoco stanno scavando, ma l'onda d'urto ha sbriciolato l'ala ovest e causato il crollo della cupola. Il Capo della Polizia parla di zero superstiti nell'aula principale.»

​Un pugno al cervello. Mattia chiuse gli occhi per un istante, memorizzando quel dolore, poi li riaprì.

​«Va bene», disse, infilandosi la giacca. «Portatemi nella Sala della Pace. Ma prima voglio sulla scrivania l'elenco aggiornato dei prefetti e il quadro della sicurezza sui valichi di frontiera. Se chi ha fatto questo è ancora nel Paese, non deve uscire. Se è fuori, non dobbiamo far rientrare chi vuole approfittarne.»




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