C’è un momento preciso, nella vita di chiunque viva con un gatto, in cui la dignità sociale decide di prendere un paio d'ore di permesso retribuito. Di solito succede al supermercato, corsia Pet Food.
L’altro giorno ero lì, davanti allo scaffale delle crocchette e dell’umido, intento a scegliere la cena per la mia gatta, Marie. Niente di strano, finché la mia mano non si è allungata verso una confezione di bastoncini di carne essiccata. Lì, in un slancio di puro trasporto emotivo, mi sono lasciato sfuggire a mezza voce:
«Alla mia dolce sembron ci prendo proprio una leccornina...»
Mentre lo dicevo, ho sentito una stretta alla gola e quasi mi saliva un gruppetto di lacrime agli occhi. Non per i bastoncini essiccati in sé, ma per la combinazione esplosiva di quelle due parole.
Sembron è uno dei mille soprannomi inventati che appiccico a Marie quando cerco di spiegare l'affetto senza usare l'italiano ufficiale. Ma è leccornina la vera mina vagante. Non esiste nei dizionari, non è un vezzeggiativo corretto, è semplicemente la storpiatura che faceva mio padre per dire leccornia. Un vocabolo di famiglia, di quelli che ti porti dentro senza accorgertene finché non ti escono dalla bocca per caso, in mezzo alla corsia degli animali di un supermercato qualunque.
Naturalmente, a meno di un metro da me, c’era una ragazza. Mi ha sentito benissimo. Ha continuato a guardare le scatolette di salmone con una concentrazione sospetta, fingendo di essere un’esperta di nutrizione felina pur di non incrociare il mio sguardo.
Chissà cosa avrà pensato. Probabilmente che fossi un tipo strano che parla da solo in una lingua inventata. Ma il bello delle parole di famiglia è proprio questo: non devono servire a farsi capire dagli estranei. Servono a ricordarci chi siamo, da dove veniamo e perché, alla fine, siamo tornati a casa con una busta piena di bastoncini alla carne e un sorriso un po' nostalgico.
Marie, per la cronaca, ha apprezzato moltissimo. Senza fare domande sul vocabolario.

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