Ci sono gesti d’altri tempi che si piantano nella memoria e non se ne vanno più. Uno di questi ha il suono pulito di un campanello che suona, l’accento caldo di chi viene da Bologna e il fruscio inconfondibile di una sporta di carta o di stoffa.
Quando la zia Alderisa arrivava a casa nostra per far visita a mia mamma, non si presentava mai a mani vuote. La sua sporta era un piccolo universo di carta: dentro c’erano riviste, quotidiani, articoli e pagine da sfogliare che portavano in casa il sapore e le notizie della città. Ma per me, il vero mistero risiedeva sempre sul fondo.
Sotto quella montagna di carta stampata, c’era puntualmente un piccolo tesoro pensato solo per me. Una gommina colorata, una macchinina da far sfrecciare sul pavimento, o un personaggio dei Lego pronto a inventare nuove storie.
E allora cominciava il rito. A me piaceva ranare — quella parola dialettale così nostra, così vera, che descrive alla perfezione il rovesciare, il frugare a mani piene con l'impazienza felice della curiosità. Immergevo le mani tra i fogli fino ad arrivare in fondo, dove la plastica dura di un giocattolo mi diceva che anche quel giorno la zia si era ricordata di me.
La zia Alderisa non portava solo giornali o piccoli giochi; portava con sé un'attenzione, una dolcezza discreta e costante che trasformava una semplice visita pomeridiana in un momento di festa. Oggi le edicole cambiano, il tempo corre e le abitudini sfumano, ma l'emozione di quel "ranare" nella sporta della zia resta uno dei ricordi più dolci e luminosi della mia infanzia.

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