[]Di Andrea Gilli
La “Pònga”: curioso il nome di un gioco che, negli anni ’70 e '80, i ragazzi di Cento e di Pieve erano soliti praticare soliti praticare in epiche e interminabili sfide estive lungo il fiume Reno.
Molti attribuiscono l’invenzione di questo “sport”, un mix fra la pallavolo e il tennis da praticarsi senza racchetta, a mani nude, al professor Marino Soriani; chi dice che l'abbia inventato da zero e chi sostiene che abbia modernizzato un gioco preesistente, sostituendo il vecchio fazzoletto arrotolato con una pallina da tennis “spellata’’ del rivestimento esterno, la “Pònga " appunto.
Ma non solo Marino Soriani ne fu l’ideatore ma era anche l'organizzatore delle sfide estive; in inverno preparava le “Pònga”, cioè pelava le palline da tennis che nella bella stagione durante le partite, rotolando e rimbalzando sulla sabbia, somigliavano proprio a dei grossi topi.
A lui si devono anche alcune delle più spiritose definizioni con le quali venivano indicate le diverse situazioni di gioco; “Màn ed zés”, “Gatén ed piònb”, “Tòf dla ròspa”, “la scòta” erano alcune ma non è escluso che ne esistessero altre.
Màn ed zés (Mano di gesso) indicava un giocatore con poca sensibilità nel tocco, incline a sbagliare passaggi e giocate.
Gatén ed piònb (Gattino di piombo) descrive un giocatore estremamente lento, goffo o incapace nei movimenti; in parole povere, “uno agile come un gatto di piombo”.
Tòf dla ròspa (Tuffo della rospa) serviva a prendere in giro qualcuno per un tuffo privo di stile e scoordinato, anche se prendeva la pallina e riusciva una giocata rimaneva “un tòf dla ròspa” senza diritto a complimenti
La scòta (pallina rovente ) era una schiacciata veloce e quasi sempre imprendibile.
Giocare sulla sabbia con una pallina piccola era piuttosto complicato e faticoso, le regole erano circa quelle della pallavolo.
Il culmine della stagione arrivava a metà agosto; le fasi finali del torneo della Pònga si svolgevano infatti proprio nel periodo di Ferragosto, quando la maggioranza degli “atleti”, libera dagli impegni di studio o di lavoro, poteva rispondere "presente" all'appello sulla riva del fiume.
Quelle finali sotto il sole cocente non erano solo un evento “sportivo”, ma un vero e proprio rito collettivo; tra tuffi nella sabbia, battute in dialetto e tifo caloroso degli amici, le sfide sul campo si alternavano immancabilmente a grandi mangiate e bevute in compagnia, dove il vino fresco, lambrusco perlopiù, e i sapori di casa siglavano le tregue tra una partita e l'altra.
Il torneo della Pònga trasformava così il Reno nel centro del mondo , per i partecipanti e gli amici era la certezza di vivere un'altra estate indimenticabile.
Per la stesura di questo breve articolo mi sono avvalso di un articolo pubblicato su Realtà Centese nel settembre di 1988 e di un secondo da la Nuova Ferrara del 4 agosto 2026, l’immagine è un'elaborazione AI di quella a corredo dell’articolo su Realtà Centese
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