Ferrara, qualche anno fa (prima che i Cinque si conoscessero)
La pioggia sottile che cadeva su Ferrara non rinfrescava la notte, la rendeva solo più lucida. Rifletteva i fari delle auto di lusso, i vestiti da sera e le luci soffuse del patio.
Sergio Vane il nuovo ricco imprenditore ferrarese stava dando una festa in onore del nuovo insediamento industriale che era stato inaugurato quella mattina alla presenza delle piu alte cariche politiche e civili, della provincia della città e della regione.
Per fare le cose in grande aveva ingaggiato il grande Matya, al secolo Mattia Rosetti, uno dei più rinomati prestigiatori e maghi in circolazione.
Fra gli ospiti d’onore non poteva mancare certo il grande Samuel Bertelli, che aveva mosso i primi passi da calciatore proprio al Borgopianura Calcio, cittadina della provincia ferrarese.
La festa stava languendo e Mattia si godeva gli apprezzamenti del pubblico dopo il suo spettacolo sorseggiando un drink al bancone, quando notó un ragazzo del servizio intrufolarsi in una porta non molto lontana, aveva una certa esperienza e quello non era un ragazzo che cercava il bagno per nascondersi a fumare una sigaretta o uno spinello. Annoiato, decise di seguirlo.
La porta dava su un corridoio un po’ angusto. Mattia vede il ragazzo varcare una seconda porta e lo seguì di soppiatto.
Dall’altra parte della casa Benedetto, che faceva da compagnia ad una ricca ereditiera, era impegnato a strusciarsi con una delle cameriere.
“E se la tua signora ci dovesse beccare?” diceva la ragazza palpeggiando gli addominali di Benedetto.
“Mi ha già pagato, pazienza, prima il dovere, ora il piacere” e prese a baciarla sui seni.
Poco distante la signora che aveva acquistato le prestazioni sessuali di Benedetto stava intrattenendosi in chiacchere con Riccardo Guglielmi, figlio di Giorgio Guglielmi e Claudia Dominio, direttore d’orchestra e soprano. I Guglielmi erano una delle famiglie più in vista della provincia, soci di minoranza di Sergio Vane.
Improvvisamente le luci si spensero e Riccardo ne approfittò per allontanarsi.
Non aveva alcuna intenzione di fare conversazione con i soci di Vane: suo padre lo aveva mandato lì solo per rappresentare la famiglia, ma Riccardo sapeva bene che Sergio Vane era uno specchietto per le allodole, un arricchito con troppi scheletri nell'armadio. Sfruttando l'oscurità e il vocio confuso degli ospiti rimasti al buio, sfilò verso la balconata per bersi un drink in santa pace.
Nel frattempo, lungo il corridoio angusto, Mattia procedeva a passo felpato. L'oscurità era il suo elemento naturale: negli spettacoli la usava per creare l'illusione, lì gli serviva per muoversi senza fare rumore. Sfilò dalla giacca una piccola torcia tascabile ad alta intensità e accelerò il passo, curioso di capire cosa stesse combinando quel finto cameriere.
Arrivato in fondo al corridoio, sporse la testa oltre la porta socchiusa dello studio privato di Vane.
Lì dentro, Massimiliano stava già lavorando. Aveva staccato lui stesso il contatore generale posizionando un piccolo cavo di bypass nella centralina del seminterrato: cinque minuti di buio pesto, il tempo calcolato al secondo per ripulire la cassaforte a muro nascosta dietro il quadro. Piegato sui tubi della serratura, Massimiliano lavorava al tatto, con un paio di sottili grimaldelli tra le dita.
«Un lavoro pulito,» mormorò una voce alle sue spalle.
Massimiliano sussultò, bloccando le mani. Si voltò di scatto e si trovò puntato addosso un sottile cono di luce bianca. Dietro la torcia c'era il giovane mago della serata, con un'espressione tra il divertito e il curioso.
«E tu che diavolo vuoi?» sussurrò Massimiliano a denti stretti. «Spegni quella roba o ci fanno fare la fine dei topi.»
«Ero annoiato,» rispose Mattia sottovoce, facendo un passo nella stanza. «E tu non hai proprio la camminata di uno che porta i vassoi con le tartine.»
«Se non te ne vai subito ti spacco quella torcia in testa.»
«Tranquillo, ladruncolo. La mia religione mi vieta di fare la spia. Ma fossi in te userei il tensore angolato, quella è una Cisa ad alta sicurezza, se forzi il terzo perno la blocchi.»
Massimiliano lo fissò sbalordito per un istante. Poi ritentò la manovra seguendo il consiglio del mago. Clic. La porta della cassaforte scattò con un suono impercettibile.
Nel frattempo, al piano di sopra, il blackout aveva creato un piccolo caos. Benedetto, rimasto al buio nel sottoscala con la cameriera, si ricompose alla bella e meglio prima che la ragazza scappasse spaventata verso le cucine. Sorridendo tra sé e sé, rientrò nel salone principale illuminato solo dalle luci dei telefoni.
Fu lì che incrociò Samuel Bertelli. Il giovane attaccante del Lombardia stava facendosi largo tra la folla per guadagnare l'uscita: si annoiava a morte e detestava quel genere di feste piene di gente falsa.
«Bel momento per far saltare la corrente, eh?» gli disse Benedetto agganciando una conversazione casuale, giusto per non restare solo al buio.
Samuel lo squadrò, riconoscendo il ragazzo che per tutta la sera aveva fatto la corte alla metà delle invitate. «Già. Direi che è il segnale buono per andarsene.»
Sulla terrazza panoramica, intanto, Riccardo si godeva il rumore della pioggia battente finché un sibilo sordo non annunciò l'avvio del generatore d'emergenza dell'immobile. Le luci del patio si riaccesero a intermittenza, restituendo colore alla festa.
Nello studio, Massimiliano afferrò al volo una mazzetta di contanti e una chiavetta USB, richiuse lo sportello e scivolò verso la finestra che dava sul giardino posteriore.
«Come ti chiami?» gli chiese Mattia sulla soglia, pronto a sfilare via prima che arrivasse qualcuno.
Massimiliano si voltò un secondo con un mezzo sorriso, scavalcando il davanzale: «Uno che stasera non è mai stato qui.» E sparì nella notte sotto la pioggia.
I cinque si ritrovarono tutti, poco più tardi, nel piazzale esterno a guardare la festa che riprendeva vita. Nessuno di loro sapeva chi fossero gli altri, ognuno era assorbito dai propri segreti e dalle proprie vite, del tutto ignari che, qualche anno più tardi, quella stessa notte sarebbe diventata solo il prologo della loro storia.
Qualche tempo dopo...
I dossier sul grande tavolo di mogano erano quattro. Ognuno di essi conteneva fotografie scattate a distanza, estratti conto, mappe di spostamenti e ritagli di giornale.
Riccardo Guglielmi fece girare il liquore nel bicchiere, osservando la penombra del salone di famiglia. Suo padre lo voleva alla guida delle aziende di casa, la società civile si aspettava che facesse il rampollo modello, ma Riccardo aveva capito una cosa fondamentale quella notte a casa di Sergio Vane: le leggi degli uomini erano un colino bucato. I criminali veri la scampavano sempre, protetti da cavilli, soldi e avvocati da mille euro all'ora.
Per cambiare le cose servivano le maniere forti. Ma da solo, Riccardo era solo un ricco idealista con troppi soldi da spendere. Gli serviva un'équipe. La sua équipe.
Aver ricostruito i tasselli di quella notte a Ferrara gli era costato un piccolo patrimonio in investigatori privati e hacker, ma ne era valsa la pena.
Il primo a essere abbordato fu Massimiliano.
Riccardo lo agganciò in una tavola calda periferica, un giovedì sera squallido sotto una pioggia battente. Massimiliano stava finendo un piatto di pasta quando una cartellina rigida venne fatta scivolare sul suo tavolo.
«Se fossi in te la aprirei prima che lo faccia la Squadra Mobile,» disse Riccardo, accomodandosi di fronte a lui con un cappotto elegante che stonava completamente con il locale.
Massimiliano bloccò la forchetta a metà strada, gli occhi assottigliati. Dalla giacca sfilò d'istinto il suo inseparabile cacciavite a punta fine. «Chi cazzo sei?»
«Uno che sa che la notte del blackout da Sergio Vane sei uscito con quarantamila euro in contanti e una pennetta USB,» rispose Riccardo con voce pacata. «E uno che ha provveduto a cancellare i filmati delle telecamere della strada prima che la polizia scientifica facesse il suo lavoro.»
Massimiliano aprì la cartellina. Dentro c'erano le schermate del sistema di videosveglianza con il suo volto nitido, segnate da un timbro rosso: ELIMINATO.
«Cosa vuoi da me?» pretese il ladro, la voce bassa e tirata.
«Voglio offrirti un lavoro. Anzi, una serie di lavori. Serrature vere, casseforti inviolabili e bersagli che meritano davvero di essere svuotati. Niente più colpi da fame. Ti do copertura, tecnologia e la certezza che non marcirai in prigione.»
Massimiliano lo squadrò per dieci lunghi secondi. «E il compenso?»
«La soddisfazione di fottere gente più furba di te. E il fatto che io non ti mandi dentro stasera stessa.» Riccardo accennò un sorriso. «Ci stai?»
Per Mattia la faccenda fu diversa. Il ragazzo non aveva problemi con la legge, ma aveva un'ossessione: la perfezione. E la perfezione costava cara.
Riccardo si presentò nel retro palco di un teatro di provincia, subito dopo uno spettacolo in cui Mattia aveva fatto sparire un'autovettura davanti a trecento persone. Il mago stava smontando un pannello con le mani sporche di grasso e cavi elettrici.
«I riflettori a infrarossi sulla grata laterale,» disse Riccardo appoggiandosi a un baule di scena. «L'angolo cieco dura solo quattro secondi. Un secondo in più e dal loggione si sarebbe visto il riflesso.»
Mattia si bloccò, il cacciavite a stella a mezz'aria. Nessuno — nessuno — era mai riuscito a capire il meccanismo dei suoi specchi a prima vista. Si voltò: «Sei venuto a criticare o a fare il ficcanaso?»
Riccardo appoggiò sul baule una valigetta di metallo. La aprì: all'interno c'erano i progetti originali di un sistema di ologrammi a rifrazione quantistica, materiale militare non ancora in commercio, e la chiave di un capannone a Borgopianura.
«Hai il talento di un genio, Mattia, ma lavori con i fondi di bottiglia,» disse Riccardo. «Io ti offro un laboratorio privo di limiti di budget, la tecnologia più avanzata del pianeta e scenografie vere. In cambio mi serve la tua testa. Per creare illusioni che salvino la vita alle persone, non solo per far fare oh a un pubblico di paganti.»
Mattia accarezzò i fogli della valigetta con una venerazione quasi religiosa. Fissò la chiave. «Quando si comincia?»
Samuel Bertelli non aveva bisogno né di soldi né di attrezzature. Era la stella nascente del calcio italiano, un milionario di vent'anni con il mondo ai suoi piedi. Ma Riccardo sapeva che dietro la facciata da copertina c'era un ragazzo frustrato da una vita di pura forma.
L'incontro avvenne nel privée di un club esclusivo, lontano dai giornalisti.
«So che parli quattro lingue, compreso il russo fluente,» disse Riccardo, sedendosi accanto a lui sul divano in pelle. «E so che stare chiuso in un campo di calcio a sentire la gente che urla il tuo nome ti sta stretto.»
Samuel continuò a giocherellare lentamente con un bicchiere di cristallo. «Sei un tifoso invadente o un procuratore con troppi soldi?»
«Sono quello che sa che tre settimane fa sei stato tu a pagare anonimamente le cure mediche per la figlia del tuo magazziniere. So che vuoi fare la differenza, Samuel, ma la fama ti incatena.»
Samuel fermò il bicchiere. Lo sguardo si fece serio, privo della consueta arroganza da atleta. «Dove vuoi arrivare, Guglielmi?»
«Voglio offrirti una vita parallela. Un posto dove le tue capacità fisiche, la tua prontezza e la tua immunità diplomatica da star mondiale servano a qualcosa di reale. Sarai la nostra copertura migliore. E nessuno saprà mai chi sei veramente.»
Samuel lasciò andare un lungo respiro, guardando la pista da ballo affollata di persone che lo idolatravano senza conoscerlo. «Patto di riservatezza assoluto?»
«Assoluto.»
L'ultimo fu Benedetto. Reclutarlo fu la parte più facile e insieme più complessa.
Riccardo lo trovò al bancone di un hotel a cinque stelle a Bologna, intento a far ridere la moglie di un noto industriale con la semplice forza di uno sguardo e un sorriso studiato al millimetro. Quando la donna si allontanò per un momento, Riccardo prese il posto accanto al suo.
«È una tecnica raffinata,» commentò Riccardo ordinando un dry martini. «Ma non ti stanchi mai?»
Benedetto sorrise con nonchalance, sistemandosi i gemelli. «Di cosa? Del fatto che il mondo mi cada ai piedi? No, ci si fa l'abitudine.»
«Mi riferisco alla noia,» chiarì Riccardo. «Usi un dono incredibile — la capacità di manipolare chiunque nell'arco di trenta secondi — solo per farti offrire cene d'albergo e vestiti su misura. Sei uno sprecato, Benedetto.»
Benedetto perse per un attimo la sua maschera di superficialità. «E tu cosa ne sai di cosa sono io?»
«So che ti piace il pericolo. E so che ti piace sentirti insostituibile.» Riccardo gli fece scivolare un biglietto da visita nero, senza nomi, con solo un indirizzo e un'ora. «Se vuoi continuare a fare il parassita di lusso, resta pure qui. Se vuoi diventare l'arma più affilata che questo gruppo abbia mai avuto, vieni a Borgopianura domani sera.»
La nascita dei "Cinque"
La sera seguente, la pioggia battente sferzava i vetri della grande sala circolare di Villa Guglielmi.
I quattro invitati arrivarono a distanza di dieci minuti l'uno dall'altro. Quando la porta del salone si chiuse, Massimiliano, Mattia, Samuel e Benedetto si ritrovarono a guardarsi attorno. Riconobbero i volti: il mago, il ladro, il calciatore, il seduttore. E in testa al tavolo, Riccardo.
«Benvenuti a Villa Guglielmi,» disse Riccardo, indicando le cinque sedie disposte attorno all'imponente tavolo rotonda, appena allestito con monitor e terminali.
«Un momento,» sbuffò Massimiliano incrociando le braccia. «Ci hai reclutati come se fossimo una banda di mercenari?»
«No,» lo corresse subito Riccardo. «I mercenari lavorano per denaro. Noi non prenderemo mai un centesimo. Le nostre missioni saranno autofinanziate: io ci metto la base e la gran parte del capitale, Mattia e Samuel contribuiranno con i loro guadagni, Benedetto... quando capita. E Massimiliano ci darà una mano a modo suo.»
Un silenzio carico di tensione scese nella stanza. Ognuno di loro stava pesando il valore di quella follia.
«E quali sarebbero le regole?» chiese Samuel, la voce profonda che rimbombò nella sala.
Riccardo si alzò in piedi, fissandoli uno per uno negli occhi.
«Tre regole sole.
Prima: quello che facciamo qui dentro resta qui dentro. Nessuna ingerenza nella vita privata altrui. Non vi chiederò mai dove andate la domenica o con chi dormite la notte.
Seconda: nessun compenso, nessun interesse personale. Interveniamo solo quando la giustizia ufficiale fallisce o non può arrivare.
Terza: la squadra viene prima di tutto. Quando la chiamata arriva, qualsiasi sia il vostro impegno — uno spettacolo, una partita di campionato, una conquista o un colpo personale — lo piantate a metà e venite qui.»
Benedetto fece un piccolo sorriso beffardo, guardando il grande tavolo ipertecnologico. «"I Cinque"... suona quasi come una roba da fumetti.»
«Non mi interessa come ci chiameranno gli altri,» concluse Riccardo, appoggiando le mani sul tavolo. «Anzi, l'ideale è che non sappiano mai che esistiamo. Allora... chi firma il patto?»
Massimiliano fu il primo a fare un passo avanti e a sfilare una sedia. Poi toccò a Mattia, che già osservava incantato lo schermo del terminale. Samuel avanzò con la sua stazza imponendosi al centro, e infine Benedetto si accomodò con la sua consueta eleganza.
I Cinque erano nati.

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