Samuel varcò la porta vetrata del Centro Medico facendo leva su un paio di stampelle in alluminio, le spalle rigide e un’andatura volutamente incerta. Un infermiere provò a rincorrerlo offrendogli una sedia a rotelle, ma lui rifiutò con un cenno sollecito del capo. Fuori, una piccola folla di fotografi e curiosi cercava di scattare qualche foto a distanza, subito tenuta a freno dalla vigilanza. Per i giornali sportivi di mezza Europa, il campione del Lombardia si era appena procurato una grave distorsione alla caviglia durante l'allenamento di rifinitura.
Quando notò la limousine nera dai vetri oscurati parcheggiata a pochi metri dall'uscita, un sorriso amaro gli increspò le labbra. "Discrezione in pieno stile Guglielmi", pensò.
L’autista, in giacca scura e guanti di pelle, scattò quasi sull’attenti per aprirgli la portiera posteriore. Con premura professionale lo aiutò ad accomodarsi sui sedili in pelle, prendendo in consegna le stampelle per sistemarle nell'ampio vano passeggeri.
Non appena la portiera si chiuse con un sordo tonfo, isolando l'abitacolo dal rumore della città, Samuel tirò un lungo sospiro di sollievo. Sfilò la cavigliera rigida e spinse le stampelle verso il fondo del vano.
«Queste possono riposare per un po'. Almeno fino al mio "miracoloso" recupero in campionato.»
Dalla poltrona di fronte, Riccardo Guglielmi lasciò andare una breve risata. Con un leggero cenno del capo all'autista sul divisorio in vetro, diede il via libera: «Possiamo andare. Aeroporto di Malpensa, terminal voli privati.»
Mentre la vettura scivolava silenziosa nel traffico verso l'autostrada, Riccardo si versò un sorso d'acqua da una caraffa in cristallo. «Come li hai convinti stavolta? Quei medici sono pagati fior di quattrini dalla tua società per fare risonanze magnetiche a ogni minimo starnuto.»
«Una bella mancia al radiologo di fiducia e una refertazione compilata a dovere,» rispose Samuel, allungando le gambe per sgranchirsi. «Diciamo che ha visto quello che gli ho chiesto di vedere. Non hanno fatto troppe domande.»
Riccardo lo osservò per qualche istante in silenzio. «So quanto tieni al calcio, alla tua squadra e a quello che pensano i tifosi... Se questa volta la copertura ti sembrava troppo pesante, potevi restare a riposo. Potevamo gestirla in quattro.»
Samuel alzò lo sguardo, lo fissa dritto negli occhi con un'improvvisa fermezza. «Ne abbiamo già parlato, Ricky. Lo sappiamo tutti che per me è più complicato sparire per due settimane senza scatenare un caso mediatico mondiale. Ma quando abbiamo stretto il patto e fondato I Cinque, ci siamo detti che la nostra missione viene prima di tutto. Soprattutto prima delle nostre vite pubbliche.» Si sporse leggermente in avanti. «Invece dimmi degli altri: sono già tutti operativi a Praga? Come procede?»
«Nulla di problematico sul fronte orientale,» rispose Riccardo facendosi più serio. «O quasi. C'è stata solo una piccola anomalia: una giornalista locale si è presentata all'allestimento dello spettacolo di Mattia. Secondo lui aveva un atteggiamento sospetto. Nulla di confermato per ora, ma Benedetto è già sui suoi passi per capire fin dove si spingano le sue intenzioni.»
«E i gioielli dei Romanov?»
«Quelli sono ancora blindati nei sotterranei del Cremlino, sotto altissima sorveglianza.»
Riccardo allungò la mano verso il sedile affianco e prese un'elegante cartellina in pelle marrone, facendola scivolare sul tavolino in radica tra di loro.
«Qui dentro trovi la tua nuova identità per i prossimi tre giorni. Passaporto diplomatico...»
«Con un nome impronunciabile, immagino,» lo interruppe Samuel aprendo la documentazione.
«Ovviamente,» sorrise Riccardo. «Da questo momento sei Michail Kurienko. Troverai i tesserini di riconoscimento e le credenziali di servizio con cui domattina ti presenterai al comando dell'Agenzia di Sicurezza Statale a Mosca. Sarai la scorta armata incaricata della supervisione per il carico e la spedizione dei pezzi fino al Castello di Praga.»
Samuel sfogliò i fogli con attenzione, memorizzando la firma, il timbro e le note biografiche del suo alter ego. «Per fortuna parlo il russo come un madrelingua.»
«Motivo per cui questa parte della missione poteva toccare soltanto a te,» chiosò Riccardo.
Samuel richiuse la cartellina, guardando fuori dal finestrino la campagna lombarda che correva veloce lungo l'autostrada per Malpensa. Un velo di malinconia gli attraversò lo sguardo. «Chi l'avrebbe mai detto... Quei cinque anni passati con Irina sono stati un disastro sentimentale, ma almeno son serviti a farmi imparare la lingua senza lasciare traccia di accento straniero. Immagino che ogni pezzo del puzzle finisca sempre per servire a qualcosa.»

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