Il segno dei Cinque, capitolo 4 SEGRETI

 Castello di Brunsterlitz, aprile 1939


​Arroccato su uno sperone di roccia che dominava l'intera vallata, il castello di Brunsterlitz appariva come un gigante di pietra scura contro il cielo plumbeo di primavera. Poco lontano correva il confine: una linea invisibile che la famiglia Szigeti avrebbe potuto varcare in poche ore di marcia. Per il momento, però, l'atavica dimora dei Karika rappresentava l'unico rifugio sicuro.

​Un freddo anomalo per il mese di aprile stringeva le mura. A Michael, Petr e Pavel non era concesso mettere piede fuori dal portone principale: le regole della prigionia dorata erano rigide. Tuttavia, tra i corridoi infiniti, la grandiosa biblioteca e il cortile interno riscaldato dalla presenza delle stalle, il tempo passava senza troppa noia.

​Quel pomeriggio i tre si erano rifugiati nella biblioteca, sommersi da pesanti volumi rilegati in pelle.

​«Certo che qui dentro l'unica svago rimasto è farsi venire la vista di falco a forza di leggere,» esordì Petr, lasciando cadere il libro sulle ginocchia.

​Michael alzò lo sguardo verso il grande finestrone, sospirando. «Sarebbe bello scendere al fiume. O anche solo fare due passi nel bosco sotto la rocca.»

​«Tu potresti anche farlo,» gli ricordò Petr in tono sommesso. «Per noi uscire significa farsi prendere.»

​«Non se ne parla,» scosse la testa Michael. «Abbiamo giurato. Non ci si separa.» 

​«Finché sarà possibile,» aggiunse Pavel con un'ombra di malinconia nella voce.

​Il loro "patto di fratellanza", siglato quando avevano fondato la propria società segreta da ragazzini, sembrava un ricordo infantile di fronte alla tempesta che stava inghiottendo l'Europa. Gli eventi dei grandi stavano spazzando via ogni promessa: due dei loro compagni erano rimasti a Praga.

​Seguì un lungo silenzio, spezzato solo dal crepitio del legname nel camino. Poi Petr si sporse in avanti, fissando Michael: «Secondo te ci sono altri passaggi segreti?»

​«In che senso?»

​«Beh, conosciamo quello che da questa stanza porta all'ala nascosta... lo stesso a cui si accede dalle cucine. Ma non credi ce ne siano altri?»

​Petr si riferiva a quel reticolo di ambienti sotterranei, edificato in un'epoca imprecisata, pensati dai padroni di casa per far sparire gli ospiti in caso di visite indesiderate.

​«Probabile,» azzardò Michael. «Ma l'ultima volta che sono stato qui avrò avuto quattro anni, non ricordo quasi nulla.»

​«E tra la servitù? Nessuno sa niente?»

​«Nessuno che parli.»

​«Allora non resta che cercare,» insistette Petr con una nota di eccitazione. «Se quella stanza segreta comunica con più punti del castello, basta scendere lì e perlustrare le pareti.»

​Michael rimase un attimo a pensarci, poi si alzò dalla poltrona. Si diresse verso una delle imponenti colonne che affiancavano la vetrata principale. Si inginocchiò alla base e, facendo pressione su un intaglio decorativo del basamento, scoprì una toppa d'ottone oscurata dal tempo.

​Si voltò verso Pavel: «Dammi la chiave.»

​A Pavel e al signor Szigeti era stata affidata una copia ciascuno per azionare il meccanismo.

​Pavel sfilò la catenella dal collo e gliela lanciò. Michael inserì la chiave, la ruotò a destra, poi due volte a sinistra e di nuovo due a destra. Un metallico scatto d'ingranaggi risuonò nella stanza: la sezione centrale della colonna si disassò di qualche centimetro. Michael la spinse: all'interno si apriva una stretta scala a chiocciola che sprofondava nel buio.

​Scesero uno dietro l'altro. Giunti al piano inferiore, l'oscurità era totale e l'aria spessa, imbevuta di umidità e muffa. Michael avanzò a tentoni fino al punto in cui sapeva di trovare il consolle di pietra. Trovò la scatola di fiammiferi, ne sfregò uno e diede fuoco al lucignolo di un candelabro.

​La luce tremula rivelò un grande ambiente rettangolare con soffitto a volta. Sul fondo s'intravedevano letti a castello spogli; lungo i muri erano cataste di casse di legno sigillate, sacchi di derrate alimentari e vecchie credenze.

​Michael passò la fiamma sui lumi a olio fissati alle pareti, restituendo alla stanza una nitidezza quasi spettrale. I tre ragazzi si guardarono attorno. A prima vista, l'unica via d'uscita oltre alla scala da cui erano scesi pareva il lungo corridoio battuto che portava verso le cucine.

​«Secondo me stiamo solo perdendo tempo,» borbottò Pavel incrociando le braccia.

​Gli altri due fecerò finta di non sentirlo e cominciarono a scorrere le mani lungo i blocchi di pietra.

​«Ma si può sapere cosa sperate di trovare?» protestò di nuovo Pavel.

​«Un passaggio verso l'esterno,» rispose Petr senza interrompere la ricerca. «Ci dev'essere per forza una via di fuga che esca fuori dalle mura.»

​«E non credi che, se ci fosse, ce l'avrebbero mostrata subito per sicurezza? Casomai dovessimo scappare di corsa?»

​«Magari nemmeno gli adulti ne conoscono l'esistenza,» s'intromise Michael battendo con le nocche su un blocco di granito.

​Contagiato ostinazione degli altri, anche Pavel finì per chinarsi a controllare la muratura, pur borbottando tra sé. I minuti passavano nell'eco monotona dei loro passi e dei colpi sulle pareti.

​All'improvviso, dalla parte opposta della stanza, Michael cacciò un grido: «Venite qui! Guardate!»

​Sulla base del muro ad est, uno dei mattoni mostrava un'incisione geometrica: un pentagono perfetto, corroso dal tempo. Michael provò a spingerlo, ma la pietra non cedette; notò però che le fughe di calce attorno al blocco erano sbriciolate.

​«Mi serve qualcosa di affilato. Petr, guarda nella credenza... vedo delle posate.»

​Petr corse verso il mobile in fondo, rovistò freneticamente tra i cassetti incrostati e ne trasse un pesante coltello da cucina con la lama arrugginita. «Ho trovato solo questo!»

​«Va benissimo.»

​Michael infilò la punta della lama nella fessura, facendo leva con cautela per non spezzare il metallo. Dopo diversi tentativi, il blocco di pietra cedette con un rumore di sabbia e scivolò in avanti, svelando una piccola cavità sotterranea.

​Il ragazzo vi infilò la mano alla cieca. Le sue dita toccarono qualcosa.

​Ne strasse un foglio di carta ingiallito, rigido per l'umidità e piegato in quattro. Con la massima delicatezza, mentre Petr e Pavel gli alitavano quasi sul collo, Michael spiegò la pergamena sotto la luce della lampada ad olio.

​Petr sgranò gli occhi, trattenendo il fiato. «Ma questa... è la pianta della Sala del Trono del Castello di Praga!»

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