Tepeznef il gatto investigatore. L'ultimo capitolo in calce, ma tranquilli Tepeznef tornerà presto con la sua seconda vita da investigatore felino






Prefazione

Amo districare i crimini più complessi: senza il mio genio infallibile, le autorità brancolerebbero nel buio e innumerevoli misfatti rimarrebbero impuniti. A Tebe dicono che il Faraone sia un dio, ma io conosco la verità: senza il mio aiuto, non riuscirebbe a trovare nemmeno un topo in una giara di grano.

​Mi chiamo Tepeznef e sono il gatto del Faraone.

Mentre i soldati di Sua Maestà calpestano goffamente le prove nella sabbia, io decifro i sussurri del vento e le tracce silenziose tra le colonne del tempio. Risolvo gli intrighi che minacciano il trono, lasciando che siano gli umani a prendersi il merito; dopotutto, a me basta che la ciotola sia colma e che il sole splenda sul mio fianco.

Un'impronta sulla polvere di lapislazzuli, l'effluvio di veleno su una coppa di vino cerimoniale... dove gli altri perdono l'orientamento, la mia vista non conosce ombre. Il mio compito è guidare gli ottusi investigatori reali verso la verità, che sia con un graffio sulla tunica del colpevole o con un miagolio strategico davanti a un papiro nascosto. Senza di me, l'Egitto sprofonderebbe nel caos e io sarei solo un altro gatto annoiato a corte.


Capitolo 1

Il capitano delle guardie, un uomo la cui intelligenza era superata solo dalla rigidità della sua corazza, stava calpestando per la terza volta l'unica prova rilevante nel corridoio del Tesoro Reale.


«Niente,» ringhiò l'uomo, asciugandosi il sudore dalla fronte. «Il ladro è svanito come nebbia sul Nilo. Gli dèi lo hanno protetto.»


Gli dèi non c'entrano, idiota, pensai, socchiudendo gli occhi mentre mi leccavo con flemma una zampa anteriore. È la tua incapacità che lo protegge.


Ero seduto su un piedistallo di basalto, in una posizione che metteva in risalto la lucentezza del mio pelo nero e il collare d'oro che il Faraone mi aveva donato. Per le autorità ero solo Tepeznef, il gatto reale che cercava un raggio di sole. In realtà, ero l'unico in quella stanza a sapere che il colpevole non era mai uscito dal palazzo.


Mentre le guardie cercavano segni di scasso sulle pesanti porte esterne, io avevo notato tre cose che i loro occhi grossolani non avrebbero mai colto: la scia di profumo quasi impercettibile di resina di pino, un lusso che solo gli imbalsamatori o i sommi sacerdoti potevano permettersi. Solo la mia vista fine, comune a tutti i gatti, aveva notato un sottile strato di polvere di calcare bianco sotto l'unghia di una statua di Anubi, dove non avrebbe dovuto esserci nulla; senza poi contare una singola perla di vetro azzurro, incastrata tra le fessure del pavimento, proprio sotto il naso del Capitano.


Dover guidare gli umani è un compito estenuante, ma necessario per mantenere i miei privilegi. Mi alzai con un'eleganza che fece sussultare un giovane scriba lì vicino. Balzai giù dal piedistallo, atterrando senza emettere un suono, e mi diressi verso la perla azzurra.


Cominciai a giocare con l'oggetto, colpendolo con la zampa e facendolo rotolare rumorosamente contro lo schiniero di bronzo del Capitano.


«Maledetto gatto! Non è il momento di giocare!» sbraitò lui, facendo per scacciarmi.


Ma lo scriba, che era meno ottuso del suo superiore, si chinò per raccogliere la perla. «Aspettate, Capitano... questo vetro non appartiene al tesoro del Faraone. È un amuleto dei sacerdoti di Seth.»


Il silenzio che seguì fu delizioso. Vidi la comprensione farsi strada lentamente nei loro cervelli primitivi. Mentre correvano verso il tempio gridando ordini, io tornai al mio piedistallo. Il caso era virtualmente chiuso.


Senza di me, pensai mentre tornavo a chiudere gli occhi per il mio meritato riposo, questo regno crollerebbe sotto il peso della propria stupidità entro la prossima piena del Nilo.


Quello fu uno dei primi casi da me risolti, certamente uno dei più semplici, ma non potevo certo immaginare che altre sfide avrebbero messo in gioco le mie abilità e soprattutto che un pericolo ben più grave stava gettando la propria ombra su tutto il regno.


Capitolo 2

Khensu, lo scriba anziano, è un arrogante e vanesio…lo detesto! E’ un usurpatore di meriti che non sa distinguere un omicidio da un colpo di calore, mentre il suo giovane aiutante, Ipy è l’unico di tutti gli umani della corte del Sommo Faraone che mi guarda negli occhi con vero rispetto e oltretutto mi allunga i pezzi migliori di pesce.


Con la risoluzione di questo primo caso ho assunto una nuova missione: umiliare Khensu cercando di far apparire Ipy come un prodigio davanti agli occhi del Faraone.



Il Faraone sedeva sul trono dorato, lo sguardo imperscrutabile come quello di una sfinge. Davanti a lui, Khensu lo Scriba era prostrato così in basso che il suo naso sfiorava i geroglifici del pavimento. Ipy, il giovane aiutante, restava un passo indietro, pallido e con le mani nascoste nelle maniche della tunica semplice.


​Io? Io ero accovacciato ai piedi del trono, esattamente dove il protocollo reale — e la mia voglia di superiorità — mi imponevano di stare.


​«Dunque,» esordì il Faraone, la voce profonda come il rimbombo del tuono, «mi dicono che il colpevole del furto nel Tesoro Reale è stato catturato. Khensu, spiega come la tua... leggendaria saggezza ha risolto l'enigma.»


​Khensu scattò in piedi, gonfiando il petto. «Mio Divino Signore, è stato un gioco da ragazzi. Ho analizzato le ombre, studiato i venti e... ho subito capito che la perla di vetro azzurro caduta era la chiave. Ho guidato le guardie al tempio di Seth con la precisione di un falco.»


​Bugiardo matricolato, pensai, socchiudendo gli occhi gialli verso di lui. Khensu non aveva nemmeno visto la perla finché Ipy non gliel'aveva messa sotto il naso.


​Decisi che era il momento di dare una lezione a Khensu e una spinta al mio giovane pupillo. Mi alzai con studiata lentezza, emisi un piccolo miagolio per attirare l'attenzione del Faraone e camminai dritto verso Ipy. Mi strofinai contro le sue caviglie, facendolo sussultare, poi saltai agilmente sulla sua spalla.


​«Il gatto sembra molto affezionato al tuo assistente, Khensu,» osservò il Faraone con un mezzo sorriso.


​«Un semplice capriccio animale, Maestà,» sminuì Khensu, sudando freddo. «Il ragazzo è solo... il mio calamaio vivente.»


​Allora feci la mia mossa. Con la zampa, colpii delicatamente la borsa di cuoio che Ipy portava a tracolla. La borsa si aprì, rivelando non solo i papiri del rapporto, ma anche un piccolo oggetto che avevo "preso in prestito" dal banco di Khensu quella mattina: la sua preziosa tabacchiera d'oro, che lui sosteneva di aver perso.


​«E questo?» chiese il Faraone, incuriosito.


​Ipy, colto alla sprovvista, tirò fuori la tabacchiera, ma insieme ad essa cadde il vero reperto del caso: il calco in argilla che lui aveva fatto furtivamente all'impronta del ladro, quella che Khensu voleva ignorare.


​«Mio Signore,» disse Ipy con voce tremante ma chiara, «il Maestro Khensu è troppo modesto. Mi ha permesso di studiare il calco dell'impronta per confermare la sua teoria. Senza la sua... guida, non avrei mai capito che il ladro zoppicava leggermente, come il sacerdote catturato.»


​Il Faraone guardò il calco, poi guardò Ipy, e infine fissò Khensu, che stava diventando del colore del papiro invecchiato.


​«Un lavoro eccellente, giovane Ipy,» disse il Faraone. «Raramente un assistente mostra tale deduzione. Khensu, dovresti essere orgoglioso: hai addestrato un talento che presto potrebbe eguagliare il tuo... o superarlo.»


​Il Faraone fece un cenno e una guardia portò un piccolo bracciale d'argento, un segno di favore reale. Lo consegnò a Ipy.


​«Per il tuo contributo alla sicurezza del mio regno,» decretò il sovrano.


​Mentre Ipy balbettava ringraziamenti, io tornai a sedermi con eleganza. Khensu stava ribollendo di rabbia silenziosa, ma non poteva dire nulla senza ammettere la propria incompetenza. Ipy mi guardò per un istante, un lampo di consapevolezza nei suoi occhi. Per la prima volta, sembrava aver capito che il suo "successo" aveva quattro zampe e una coda.


Capitolo 3

La luna d'argento inondava lo scriptorium, proiettando ombre lunghe e sottili tra le scaffalature colme di rotoli. Ipy era seduto a terra, la schiena appoggiata a una colonna di pietra ancora calda per il sole del giorno. Accanto a lui, il bracciale d'argento donato dal Faraone brillava di una luce fredda.

​Io ero accovacciato sul tavolo da lavoro, osservandolo con la punta della coda che batteva ritmicamente sul legno.

​«Lo hai fatto apposta, vero?» sussurrò Ipy. La sua voce era poco più di un respiro, come se temesse che le pareti stesse potessero accusarlo di pazzia.

​Smisi di muovere la coda. Lo guardai fisso, immobile.

​«La perla ai piedi del Capitano.... e oggi, la tabacchiera nella mia borsa per attirare l'attenzione del Faraone sul calco.» Ipy scosse la testa, passandosi una mano tra i capelli corti. «Nessun gatto si comporta così. Nessun gatto pensa così.»

​Mi alzai con estrema lentezza. Camminai sul tavolo, schivando calamaio e stili con una grazia che nessun umano potrebbe mai emulare, e mi fermai proprio davanti al suo viso.

​«Sei stato tu a risolvere il caso, Tepeznef,» continuò lui, un sorriso amaro che gli increspava le labbra. «Io sono solo lo strumento di un dio o di... di qualcosa che non capisco. Khensu mi odierà per questo bracciale. Mi renderà la vita un inferno perché pensa che io sia un genio ribelle, quando invece sono solo un ragazzo che segue i passi di un felino.»

​Allungai una zampa e, con una delicatezza quasi innaturale, toccai il bracciale d'argento sul suo polso. Poi, guardandolo dritto negli occhi, emisi un breve, secco miagolio di approvazione.

​«Mi capisci, non è vero?» Ipy allungò una mano esitante. Non cercava di grattarmi le orecchie come si fa con un animale; cercava un contatto, un patto. «Khensu cercherà di incastrarmi al prossimo incarico. Non sopporterà che un assistente riceva i complimenti del Re. Ho paura, Tepeznef. Non sono un investigatore. Sono solo uno scriba che sa leggere i geroglifici, non le anime degli uomini.»

​Balzai giù dal tavolo e atterrai silenziosamente sulle sue gambe. Mi acciambellai lì, sentendo il battito accelerato del suo cuore che piano piano, sotto il mio peso e le mie fusa profonde, iniziò a rallentare.

​Non temere, piccolo scriba, pensai, chiudendo gli occhi. Khensu è una formica che crede di essere un leone. Finché mi porterai il pesce migliore e terrai gli occhi aperti sui miei segnali, sarai l'uomo più potente d'Egitto. E io sarò l'ombra che ti rende tale.

​Ipy sospirò, appoggiando la mano sul mio dorso. «Siamo soci, allora!» e mi accarezzò delicatamente sulla testa, un gesto che tolleravo mi venisse fatto solo dal Faraone, oltre che dal mio protetto.


Capitolo 4

​Il mattino dopo, lo scriptorium era insolitamente silenzioso. L'aria profumava di papiro fresco e di quel sentore dolciastro di inchiostro appena mescolato. Khensu era già al suo tavolo, ma non stava urlando ordini. Guardava fisso un rotolo di cronache antiche, la schiena meno rigida del solito.

​Io ero appollaiato su uno scaffale alto, osservandoli dall'alto come una statua vivente. Ipy entrò con passo esitante, stringendo i lacci della sua borsa.

​«Maestro Khensu... sono qui per i compiti del giorno,» disse il ragazzo, abbassando lo sguardo.

​Khensu non si voltò subito. Posò il calamo e sospirò, un suono lungo che sembrava portare via con sé la tensione del giorno prima. Poi, si girò lentamente. Non c'era rabbia nei suoi occhi, solo una stanchezza mista a una strana forma di accettazione.

​«Siediti, Ipy,» disse con voce calma, indicando lo sgabello di fronte a lui. «Ieri... ieri hai dimostrato una prontezza che non mi aspettavo. Quel calco in argilla. È stata un'intuizione degna di uno scriba di alto rango.»

​Ipy arrossì, balbettando: «Io... io ho solo seguito il vostro esempio, Maestro. Voi avevate già trovato la perla...»

​Khensu alzò una mano per fermarlo, un piccolo sorriso amaro sulle labbra. «Non c'è bisogno di adulare un vecchio che ha passato più tempo a lucidare la propria fama che a guardare il pavimento. La verità è che il successo di un maestro si misura dai risultati dell'allievo. Se tu brilli, una parte di quella luce riflette su di me. Mi sono lasciato trasportare dall'orgoglio davanti al Faraone, ma la notte porta consiglio... e la birra di ieri sera mi ha ricordato che non sarò qui per sempre.»

​Si sporse in avanti, abbassando il tono di voce.

​«L'argento che porti al polso è un peso, Ipy. Non è solo un premio. Da oggi, tutti si aspetteranno l'impossibile da te. Sarai sotto una lente d'ingrandimento più calda del sole di mezzogiorno. Io cercherò di proteggerti dalle malelingue della corte, ma tu... tu devi continuare a osservare ciò che gli altri ignorano. Come hai fatto con quel sigillo.»

​Ipy annuì, sinceramente commosso. «Grazie, Maestro. Non vi deluderò.»

​Khensu tornò ai suoi papiri, ma prima di congedarlo lanciò un'occhiata verso di me, quassù sullo scaffale. I nostri sguardi si incrociarono per un istante.

​«E tieni d'occhio quel gatto,» aggiunse Khensu con una punta di ironia nella voce. «Sembra che porti fortuna. O che abbia un gusto particolare per ficcare il naso dove c'è la verità. Forse gli dèi lo hanno mandato per ricordarci che anche un predatore sa distinguere il giusto dal torto.»

​Ipy sorrise, lanciandomi un'occhiata complice che quasi mi fece fare le fusa. Quasi. Non potevo mica rovinare la mia reputazione di genio distaccato.

​«Vai ora,» concluse Khensu. «C'è un inventario da completare al granaio del tempio. Pare che manchino dei sacchi di farina e le guardie accusano i topi. Ma io e te sappiamo che i topi non sanno sciogliere i nodi delle corde, vero?»


Io capivo quello che gli umani dicevano, ma non sempre loro intuivano il significato dei miei miagolii.

Bene, un altro mistero su cui indagare, un semplice furto di grano, sicuramente il colpevole si celerà tra le guardie.

Decisi di seguire il mio pupillo, ma prima di scendere dalla mia somma postazione aspettai qualche secondo, forse Khensu aveva intuito il nostro segreto, era meglio non dare troppo nell’occhio


Capitolo 5

Tebe è divisa dal Nilo. Se il lato occidentale è il regno del tramonto e delle tombe, il lato orientale è quello dei vivi. I Granai del Tempio di Amon si trovano a nord del Grande Tempio di Karnak, protetti da una massiccia cinta muraria in mattoni crudi.




​I granai non sono semplici capanni. Sono strutture a forma di alveare, o piramidi tronche, costruite in mattoni di fango essiccato al sole. Si entra dall'alto tramite una scala esterna per versare il grano, mentre alla base ci sono piccole aperture sigillate con fango e contrassegnate dai sigilli dello scriba, utilizzate per il prelievo.




​Il sole non era ancora sorto quando Ipy attraversò il viale delle sfingi verso i magazzini settentrionali. Io lo seguivo a distanza, scivolando tra le ombre delle colonne, con i polpastrelli che godevano del fresco mattutino sulla pietra.


Ipy puntò lo sguardo verso il terzo granaio, evidentemente aveva notato quello che avevo visto io: il livello era sceso di tra braccia. Il giorno precedente avevo sentito lo scriba dettare al mio giovane amico le misure dei granai, l’ammanco si notava irrimediabilmente ma i sigilli erano intatti: non c’erano crepe e nemmeno traccia di polvere lasciata dalla loro eventuale rimozione.


Ipy interrogò alcune guardie, che riconoscendolo e riconoscendo il bracciale che indossava, si misero sugli attenti, rispondendo compiutamente a ogni sua domanda. 


Dicono che siano stati i topi... ma i topi non mangiano tre tonnellate di farro in una sola notte senza lasciare una montagna di escrementi o un buco nelle pareti.


Ipy iniziò a girare intorno alla struttura. Guardava i muri, cercava gallerie sotterranee, ma non trovava nulla. Le guardie del tempio lo guardavano con un misto di scherno e attesa.


​Io, invece, decisi di salire. Balzai agilmente sulle scale esterne, arrivando alla sommità del granaio, dove l'apertura superiore era coperta da una pesante lastra di pietra.


​Topi? No, pensai, annusando l'aria. L'odore era dolce, di cereali polverosi, ma c'era qualcos'altro. Un odore aspro, come di cuoio bagnato o di sandali nuovi che avevano camminato nel limo profondo del Nilo.


​Mi sedetti proprio sul bordo della lastra di pietra e iniziai a graffiare freneticamente un punto specifico.


​«Brutto gattaccio, scendi da lì!» urlò una delle guardie, ma Ipy alzò una mano.


​«Aspettate. Perché il gatto sta guardando proprio il bordo della pietra?»


​Ipy salì la scala, ansimando leggermente. Mi raggiunse e osservò dove stavo puntando il muso. Non c'era nulla di evidente, se non una serie di granelli di sabbia dorata — troppo chiara per essere la sabbia del deserto vicino a Tebe — incastrati sotto il bordo della copertura.


Ipy gridò: «La pietra non è stata sollevata... è stata fatta scivolare. Ma non per mano d'uomo. Guardate qui: ci sono residui di olio di sesamo sui bordi. Hanno lubrificato la pietra per farla scorrere senza fare rumore.»


​Il capo delle guardie, Nebamon, ci raggiunse in cima a fatica.


«Lubrificata? Ma ci vorrebbero dieci uomini per spostarla senza che la guardia senta il rimbombo!»


​Fu allora che feci la mia mossa finale per quella mattina. Invece di guardare la pietra, guardai verso il basso, verso il canale di irrigazione che passava a pochi metri dal granaio, un braccio del Nilo usato per trasportare l'acqua.


​Lanciai un miagolio lungo e lamentoso verso l'acqua.


​Ipy seguì il mio sguardo. «Il canale...il granaio non è stato svuotato dall'alto. È stato svuotato da sotto. L'olio di sesamo non serviva per la pietra, serviva per far scivolare qualcosa... un tubo di cuoio o di tela cerata che è stato infilato dall'alto fino a dentro, e il grano è stato 'aspirato' o fatto scivolare verso una barca nascosta nel canale grazie alla pendenza!»


​Nebamon rimase a bocca aperta. Guardò il canale, poi me, poi Ipy.


​«Un sifone...Stanno usando il peso del grano stesso per rubarlo. Giovane scriba, se questo è vero, il ladro non è un ladro comune. È qualcuno che conosce l'architettura dei granai e le leggi dei fluidi.»


“Gli umani si stupiscono sempre quando qualcuno usa l’ingegno invece dei muscoli. Io no: per aprire la dispensa del tempio, ho sempre preferito la mente agli artigli.”


Capitolo 6

​L'odore di olio di sesamo e cuoio bagnato è una scia invisibile che si snoda lungo la banchina, lontano dai percorsi battuti dai soldati. 


Mi muovo con una precisione chirurgica, scivolo tra le stradine delle città evitando le pozzanghere di fango che lorderebbero il mio pelo, lasciando su di me traccia di dove sono stato; meglio i muretti a secco, dove il calore del mattino esalta le tracce odorose rimaste incastrate tra le pietre porose.


​La traccia mi conduce fuori dalla cinta muraria del Tempio, verso il Quartiere dei Pescatori, un labirinto di vicoli stretti dove l'odore del pesce essiccato cercherebbe di confondere qualsiasi altro naso.


Supero una bottega di cordai e mi infilo sotto un carretto abbandonato. Il mio sguardo attento cade su una piccola scia di chicchi di grano dorato, caduti da una cucitura difettosa, brilla tra la polvere.


​La traccia termina davanti a un modesto capanno per le barche, seminascosto da un fitto canneto di papiro.


Strano, in un quartiere così rumoroso questo capanno è stranamente muto, inoltre non ci sono solo  impronte di pescatori scalzi, ma i segni profondi di sandali di cuoio pregiato, lo stesso tipo che ha lasciato il segno nel limo vicino al granaio.


Appoggiato a una parete esterna, c'è un lungo rotolo di tela cerata, ancora lucido di olio. È il "sifone" che Ipy aveva intuito.


Devo scoprire di più e con un balzo raggiungo una delle feritoie poste in alto.


All'interno, nell'oscurità fresca, scorgo tre uomini. Due sono braccianti muscolosi, intenti a travasare il grano rubato in sacchi più piccoli per il mercato nero. Il terzo, però, è vestito con una tunica di lino finissimo. Ma è Usermaatra, uno dei sovraintendenti minori alle costruzioni del Faraone. È lui l'ingegnere che ha progettato il sistema per svuotare il granaio!


Caso risolto! Ma come informare Ipy?


Capitolo 7

Quei tre cretini sotto di me continuavano a confabulare, convinti che le canne di papiro e la complicità dell'oscurità bastassero a nascondere il loro crimine. Usermaatra, il sovraintendente, supervisionava il travaso del grano con l'aria di un dio sceso in terra, mentre i suoi due complici faticavano come bestie da soma.

​Umani. Sottovalutano sempre il potere del silenzio.

​Ero appollaiato su una trave di sicomoro proprio sopra le loro teste, con le zampe perfettamente raccolte sotto il petto e le vibrisse tese. L'odore acre dell'olio di sesamo mi riempiva le narici, ma fu un altro dettaglio a catturare la mia attenzione: Usermaatra si era appena tolto il suo pesante anello-sigillo in bronzo e lapislazzuli per sciacquarsi le mani in un bacile. Lo aveva posato sul bordo del tavolo di legno, proprio accanto a un papiro bagnato.

​Quello non era un semplice pezzo di metallo. Era l'anello con cui convalidava i progetti del regno. Era la prova regina.

​

​Balzai giù. Non emisi un solo suono, atterrando sul tavolo con la leggerezza di una piuma che cade sul velluto. Usermaatra era voltato di spalle, intento ad asciugarsi le mani con un panno di lino.

​Allungai il muso e afferrai l'anello tra i denti. Il sapore del bronzo era freddo e metallico, e il lapislazzuli sapeva ancora di quell'olio viscido, ma non era il momento di fare gli schizzinosi.

​Clack. Un piccolo pezzo di farro rimase incastrato nella montatura mentre sollevavo il gioiello. Perfetto. Un indizio nell'indizio.

​«Cosa... Un gatto!» urlò uno dei braccianti, indicandomi con un dito tremante e sporco di farina.

​Usermaatra si voltò di scatto, sgranando gli occhi. «Il mio anello! Acciuffate quella bestia!»

​Troppo tardi. Ero già scattato verso la parete, arrampicandomi su una vecchia rete da pesca appesa al muro con l'agilità che solo la mia stirpe possiede. Un istante dopo, ero fuori, sul tetto di paglia, a correre sotto il sole accecante di Tebe mentre le loro imprecazioni sfumavano in lontananza.

​

​Guidare Ipy richiede sempre un certo tocco drammatico. Quando entrai di soppiatto dalla feritoia dello scriptorium, lui e Khensu stavano ancora discutendo animatamente davanti a una tavola di argilla, persi in calcoli geometrici inutili.

​Mi posizionai sul cornicione, esattamente sopra la testa del mio protetto. Aprii le fauci e l'anello cadde, centrando in pieno la sua tavoletta con un rintocco metallico e secco.

​Spem.

​Ipy sobbalzò, fissando l'oggetto. Khensu interruppe la sua spiegazione a bocca aperta.

​«Ma questo... questo è il sigillo reale di Usermaatra!» esclamò il vecchio scriba, raccogliendolo con le dita tremanti. «È sporco di olio di sesamo... e c'è del grano incastrato!»

​Ipy alzò lo sguardo verso di me. I nostri occhi si incontrarono e vidi il momento esatto in cui i suoi limitati ingranaggi umani trovarono la soluzione. Capì che non ero andato a caccia di topi, ma di ladri.

​«Maestro,» disse Ipy, con una voce che cercava di nascondere l'eccitazione, «Usermaatra è il ladro. Il gatto ha trovato il covo. Dobbiamo chiamare le guardie e seguirlo. Adesso.»

​Mi voltai, agitando la punta della coda come a dire: Muoviti, piccolo scriba. La giustizia non aspetta, e la mia ciotola è ancora vuota.


Capitolo 8


L'arresto al capanno dei pescatori fu rapido e privo di quella sottigliezza che io tanto apprezzo. Le guardie reali fecero irruzione abbattendo la porta di legno marcito, cogliendo Usermaatra con le mani ancora unte di olio di sesamo e i suoi complici coperti di farina. Khensu, gonfiando il petto davanti al Capitano, mostrò l'anello-sigillo come prova inconfutabile del tradimento. Fu un trionfo pulito: i ladri vennero trascinati via in catene e il grano del Faraone fu tratto in salvo.

​Il vero dramma, tuttavia, si consumò più tardi, nella quiete ritrovata dello scriptorium.

​

​Khensu era seduto al suo tavolo da lavoro, lo sguardo fisso sulla tavoletta d'argilla dove Ipy stava registrando i dettagli del sequestro. Io ero accovacciato sul cornicione della finestra, intento a ripulirmi con cura il pelo dalla polvere del quartiere dei pescatori.

​Il vecchio scriba posò il calamo, rompendo il silenzio. «Ipy. Ora che il rumore delle spade si è spento, dobbiamo parlare come due uomini di scienza. L'anello. Il canale. La tela cerata. Tu sapevi esattamente cosa cercare. E mi hai detto che è stato... lui a mostrarti la via.» Khensu indicò me con la punta del dito. «Un gatto non risolve i crimini di Stato, ragazzo. Dimmi la verità. Cosa c'è tra te e la bestia reale?»

​Ipy si irrigidì. Guardò prima il suo Maestro, poi me. Vidi il dubbio tormentarlo, ma sapeva che Khensu non era un uomo sciocco; un rifiuto avrebbe solo alimentato sospetti peggiori.

​«Maestro...» esordì Ipy, abbassando la voce come se le mura potessero ascoltare. «Non è una stregoneria, ve lo giuro. Ma Tepeznef... lui non è come gli altri gatti. Non so come sia possibile, ma lui capisce le mie parole. E io ho imparato a leggere i suoi gesti.»

​Khensu non si mosse. Rimase in attesa, gli occhi socchiusi.

​«Nel corridoio del Tesoro,» continuò Ipy, prendendo coraggio, «ha fatto rotolare la perla perché io la vedessi. Al granaio, ha graffiato l'olio sulla pietra e ha miagolato verso il canale per farmi comprendere il meccanismo del sifone. E oggi... oggi ha rubato quell'anello e me lo ha portato. Io non ho il dono della divinazione, Maestro. Io sono solo gli occhi e le mani che traducono il suo genio infallibile. È lui la vera mente dietro ogni enigma.»

​

​Il silenzio che seguì fu così denso che si poteva sentire il fruscio del vento tra le canne di papiro fuori dalla finestra. Mi fermai un istante dal leccarmi la zampa, osservando la reazione del vecchio.

​Khensu sospirò profondamente, appoggiando le mani sul tavolo. Non c'era scherno sul suo volto, solo una profonda gravità.

​«Un gatto investigatore...» sussurrò Khensu, scuotendo la testa. «Se lo dicessi a chiunque altro a corte, ti farebbero imbalsamare vivo per blasfemia o pazzia. Eppure, ho visto quel felino agire. Ho visto come ti guarda. Gli dèi si manifestano in modi bizzarri, e Bastet ha chiaramente messo il suo tocco su quella creatura.»

​Il vecchio scriba si alzò, avvicinandosi a Ipy e posandogli una mano paterna sulla spalla.

​«Ascoltami bene, ragazzo. Questa tua capacità di interpretarlo è un dono pericoloso. A corte ci sono sciacalli che farebbero di tutto per distruggerti, se pensassero che usi la magia nera o che deridi le autorità. Ma è anche una risorsa immensa per il Regno. Parlerò io stesso al Faraone.»

​Ipy sgranò gli occhi, spaventato. «Maestro, vi prego...»

​«Non temere,» lo interruppe Khensu con tono rassicurante. «Ne parlerò con la massima discrezione, durante le mie udienze private. Gli spiegherò che tu possiedi una rara e sacra sintonia con il suo animale preferito, un legame benedetto dagli dèi per proteggere il trono. Gli chiederò di conferirti una speciale qualifica reale: diventerai ufficialmente l'Interprete dei Segni Reali.»

​Khensu sorrise, un sorriso furbo e saggio. «Con un titolo del genere ratificato dal sovrano, sarai intoccabile. Nessun malintenzionato o rivale geloso potrà accusarti di stregoneria o farti del male, perché toccare te significherebbe offendere la volontà del Faraone e degli dèi stessi. Sarai protetto, Ipy. E insieme, continuerete a ripulire Tebe dal marciume.»

​Ipy sentì un immenso peso sollevarsi dal petto. Si inchinò profondamente. «Grazie, Maestro. La vostra saggezza mi salva la vita.»

​Dall'alto del mio cornicione, emisi una fusa vibrante e profonda. Il vecchio Khensu si era dimostrato più utile del previsto. Il mio piccolo scriba era al sicuro, la sua posizione si stava consolidando e io... beh, io avrei continuato a governare l'Egitto dall'ombra, un indizio alla volta.


Capitolo 9

La dimora della famiglia di Ipy, nel quartiere degli artigiani, era un assalto intollerabile ai miei sensi reali. Odorava di fumo di legna di scarsa qualità, birra d’orzo fermentata e, cosa ancora peggiore, di cipolle crude che il fratello minore del mio scriba sgranocchiava con un rumore irritante. Un abisso rispetto ai profumi di mirra e datteri del palazzo, ma per quella sera decisi di mostrare la magnanimità che si addice a un favorito di Bastet. Mi ero intrufolato seguendo i passi ancora incerti di Ipy, posizionandomi su uno sgabello di legno grezzo. Da lì, potevo dominare la tavola.

«"Interprete dei Segni Reali"», stava ripetendo il padre del ragazzo, agitando una tazza di terracotta con un entusiasmo che rischiava di macchiare la sua stessa tunica. «Per Osiride, Ipy! Un titolo ratificato dal Faraone in persona... Questo cambia tutto! I vicini smetteranno di guardarci come semplici scribacchini.»


Ipy cercava di darsi un contegno monumentale, raddrizzando la schiena come se fosse già un dignitario di alto rango, ma io vedevo benissimo il modo in cui le sue dita stringevano nervosamente la coppa di vino annacquato.


«Il Maestro Khensu è stato chiaro,» spiegò il ragazzo, abbassando la voce con una gravità che mi fece quasi fare le fusa per il compiacimento. Ha imparato in fretta. «Questo ruolo mi rende intoccabile. Finché il sovrano crederà che io sia l'unico uomo in grado di decifrare i voleri di Tepeznef, nessuno a corte oserà accusarmi di stregoneria. Tacciare me di empietà significherebbe offendere il gatto del Faraone.»


A quelle parole, la madre di Ipy mi guardò. Non era più lo sguardo distratto che si riserva a un cacciatore di topi; era il timore reverenziale che si deve a un idolo del tempio. Fece persino un piccolo passo indietro, unendo le mani sul petto. Saggia donna. Se solo avesse smesso di cucinare quelle cipolle, l'avrei persino potuta benedire. Mi stufai presto di quel melodramma familiare. Balzai giù dallo sgabello, muovendomi con aristocratica lentezza, e andai a strofinare il mio fianco contro la caviglia di Ipy. Un promemoria tattile.


«Bando alle ciance e alle lodi, mio piccolo scriba,» pensai, emettendo un miagolio secco e imperioso. «Il collare d'oro non si guadagna restando a guardare il soffitto.»


Ipy mi guardò e vidi nei suoi occhi la scintilla della comprensione. Ormai il nostro legame era saldo: lui era le mie mani, io ero la sua mente.


«Allora è vero ciò che si sussurra al mercato?» chiese il padre, sporgendosi in avanti e interrompendo i calcoli del fratello minore, che stava già computando l'aumento delle razioni di grano. «C'è già un nuovo incarico a palazzo? Qualcosa che scotta sulla sponda occidentale?»


Ipy esitò, ma la sua mano scese automaticamente a grattarmi dietro le orecchie, proprio nel punto che prediligo. Sapeva bene cosa ci aspettava l'indomani. Khensu era stato chiaro prima del nostro congedo dallo scriptorium: strane sparizioni nei laboratori degli imbalsamatori, bende sacre profanate e un'ombra di corruzione che minacciava il viaggio nell'Oltretomba di un potente nomarca. Una faccenda sinistra, viscida. Perfetta per i miei artigli. Chiusi gli occhi, godendomi le carezze del mio interprete ufficiale. La commedia domestica era finita. La mia campagna per ripulire l'Egitto era appena iniziata, e nessun ladro di tombe avrebbe avuto scampo finché io avessi avuto un'ombra da seguire.


Capitolo 10

​Il sole di Ra stava finalmente calando dietro le colline della sponda occidentale, dipingendo il cielo di un rosso intenso che ricordava il colore del vino pregiato del Delta. Nel piccolo cortile sul retro della casa di Ipy, l'aria si era rinfrescata, liberandosi finalmente del puzzo di cipolle bollite che aveva appestato il pomeriggio.

​Ero accovacciato sopra un muretto di mattoni crudi, la posizione perfetta per mantenere la mia dignità e, contemporaneamente, sorvegliare il mio interprete. Ipy si era tolto la tunica formale da scriba, rimanendo con un semplice gonnellino di lino grezzo. Sfumato il brivido del complotto di palazzo, tornava a essere quello che era: un ragazzo della sua età, decisamente troppo incline a distrarsi.



​«Su, Tepeznef, guarda qui», disse, agitando un legnetto alla cui estremità aveva legato una striscia di cuoio consumato e tre piume di ibis, probabilmente scarti dello scriptorium.

​Lo guardai socchiudendo gli occhi. Davvero pensa che un favorito di Bastet si lasci impressionare da tre piume polverose? Eppure, il movimento ondulatorio di quel surrogato di preda destò qualcosa nei miei istinti. Le piume raschiarono il terreno con un fruscio leggero, quasi impercettibile per un orecchio umano, ma assordante per i miei timpani reali. Le mie pupille si dilatarono, catturando l'ultima luce del crepuscolo. Abbassai la testa, mantenendo lo sguardo fisso sull'obiettivo, mentre le mie zampe posteriori eseguivano un impercettibile movimento di assestamento sul muretto.

​Ipy sorrise, convinto di avermi in pugno. Un grave errore di valutazione.

​Con un balzo felino ed elegante, che avrebbe fatto invidia a una leonessa della Nubia, coprii la distanza tra il muretto e la sua mano. Non colpii le piume. Colpii direttamente il legnetto, artigliandolo con precisione e strappandoglielo dalle dita prima che potesse persino rendersene conto. Il bastoncino cadde nella polvere.

​«Ehi! Non vale così!» protestò il ragazzo, massaggiandosi le dita colpite solo dal vento del mio passaggio.

​Mi sedetti sopra il mio trofeo, sollevando una zampa anteriore per leccarmela con studiata indifferenza. Regola numero uno, mio caro scriba: il cacciatore non segue le regole della preda. Detto questo, ammetto che il tuo riflesso è migliorato.

​La madre di Ipy fece capolino dalla porta del cortile, reggendo una piccola ciotola di terracotta. Il fumo di legna questa volta portava con sé l'aroma del pesce arrostito. Pose la ciotola a terra, tenendosi a debita distanza e inchinandosi leggermente.

​«Per il sacro compagno del Faraone», sussurrò, prima di ritirarsi.

​Mi avvicinai alla ciotola con la lentezza che si confà a un sovrano che ispeziona i tributi delle province conquistate. Il pesce era fresco, cotto a puntino e privo di lische pericolose. Ipy mi osservava, accovacciato sui talloni, con un'espressione rilassata che raramente gli vedevo sul volto tra le mura del palazzo, dove ogni corridoio nascondeva una spia o un cortigiano pronto a pugnalarti alle spalle.

​«Domani si fa sul serio, vero?» mi chiese a bassa voce, mentre finivo il mio pasto. Il suo tono era tornato serio, lo sguardo rivolto verso l'orizzonte dove i laboratori degli imbalsamatori stavano già accendendo i loro fuochi notturni. «I ladri di tombe non sono come i burocrati di corte. Quelli usano i coltelli, non le parole.»

​Smisi di pulirmi i baffi e lo fissai dritto negli occhi. Emisi un piccolo miagolio profondo, vibrante. Finché resterai dietro di me, piccolo scriba, non avrai nulla da temere. I loro coltelli non possono colpire un'ombra.

​Mi arrampicai sulle sue ginocchia, sistemando il mio corpo caldo contro il suo petto. Ipy sospirò, iniziando a accarezzarmi la schiena seguendo il ritmo del mio respiro. Era il nostro modo di sigillare il patto prima della battaglia. La vita quotidiana era piacevole, ma la notte stava arrivando, e con essa il nostro vero lavoro. 


Capitolo 11

​La sponda occidentale mi accolse con una schiaffeggiata di calore pesante e un assalto olfattivo senza precedenti. Per un gatto abituato alle essenze di giglio e ai fumi di incenso di palazzo, il quartiere degli imbalsamatori era l'anticamera dell'inferno. L'aria era un intrico spesso di natron, resina di pino, cera d'api e quel sotterraneo, inconfondibile odore di decadimento che gli umani cercavano disperatamente di sconfiggere.

​Camminavo a passo lento lungo la navata del laboratorio principale, il mantello lucido che risplendeva sotto la luce cupa delle torce. Ipy mi seguiva a un passo di distanza, la tavoletta di legno e il calamo stretti tra le mani, il volto teso nello sforzo di apparire solenne.

​Intorno a noi, gli addetti si mummificavano letteralmente sul posto. Non appena scorgevano il mio collare d'oro e la tunica ufficiale del mio scriba, i sacerdoti-utiu interrompevano la pulizia dei vasi canopi e gli inservienti si sfilavano le maschere di Anubi, prosternandosi con un timore reverenziale che mi fece sollevare un baffo con un certo compiacimento.

​«Riconosciamo l'autorità dell'Interprete dei Segni Reali e del Favorito di Bastet,» balbettò il capomastro imbalsamatore, un uomo anziano con le mani macchiate di bitume che tremavano visibilmente. «Siamo al vostro servizio. Nessuna formula sacra è stata violata qui!»

​«L'ordine del Faraone deve essere verificato, non solo declamato,» disse Ipy con voce ferma, sorprendendomi in positivo. Il mio piccolo scriba stava davvero imparando la parte.

​Inattammo un'ispezione minuziosa. Passai in rassegna i banchi di pietra dove riposavano i corpi in lavorazione, balzai sulle mensole dove venivano stivati i vasi e annusai gli anforoni contenenti le miscele curative. A un primo sguardo profano, tutto sembrava in ordine. Le formule erano tracciate correttamente sui papiri, i sacerdoti eseguivano i riti nei tempi previsti.

​Eppure, c'era una stonatura. Qualcosa non quadrava nei volumi.

​Ipy fu rapido a cogliere la mia perplessità quando mi fermai davanti alle grandi giarre d'olio e alle rastrelliere dei tessuti.

​«Il mastro dei magazzini dichiara che i consumi sono regolari,» mormorò Ipy, scorrendo la sua lista di controllo, «ma guardate qui... Manca un numero spropositato di rotoli di lino finissimo, quello destinato alle prime fasce di protezione del nomarca. E le scorte di resina di mirtacee sono ridotte della metà rispetto alla settimana scorsa. Dove sono finite?»

​Il capomastro impallidì, le labbra che tremavano. «I... i tarli, o venerabile scriba! Un'infestazione di parassiti e... ed evaporazione a causa del calore insolito di questo mese!»

​Tarli che mangiano quaranta metri di lino d'alta qualità e resina che evapora lasciando i contenitori perfettamente puliti? Che bugia goffa, pensai, emettendo un soffio disgustato.

​Stavo per fare un cenno a Ipy di far mettere a verbale quella ridicola scusa, quando una folata d'aria entrò dalla feritoia superiore del magazzino, smuovendo le tende pesanti che dividevano l'area di stoccaggio dai cortili esterni.

​Insieme al soffio tiepido del deserto, arrivò un effluvio.

​Mi bloccai all'istante. Le mie orecchie si appiattirono contro il cranio. I miei recettori olfattivi catturarono una traccia minuscola, quasi del tutto coperta dal profumo forte del natron, ma inconfondibile. Un odore che non aveva nulla a che fare con la mummificazione, i morti o la devozione.

​Era un odore di cuoio sudato, grasso per armi di scarsa qualità e un’ansia aggressiva e familiare.

​Kamosi.

​O meglio, la guardia personale del fratello del Faraone. Quel lezzo inconfondibile di stalla e bronzo arrugginito era lo stesso che aveva appestato la sala del trono soltanto il giorno prima.

​Puntai il muso verso un angolo buio in fondo al magazzino, dove le ceste di lino "deteriorato" erano cataste disordinate contro la parete di roccia. Mi avviai con passi felpati, la coda che frustava leggermente l'aria. Ipy, cogliendo al volo il cambio della mia postura, mi seguì in silenzio, zittendo il capomastro con un gesto perentorio della mano.

​Mi arrampicai in cima alla pila di ceste. Sotto un strato superficiale di tela muffita, spuntava un fagotto annodato in fretta. Avvicinai il muso: l'odore di cuoio e olio di bronzo proveniva proprio da lì, mescolato al profumo intenso della resina "scomparsa".

​Sollevai la testa verso Ipy e feci un singolo miagolio, grave e profondo, piantando le zampe anteriori sul fagotto.

​«Apri quelle ceste,» ordinò Ipy al capomastro, con una voce che non ammetteva repliche. «Il Favorito ha trovato i tuoi "tarli".»


Capitolo 12

​Lo scriptorium del palazzo era immerso nel silenzio della pausa meridiana. Gli altri scribi si erano ritirati sotto i portici all'ombra per consumare il loro pane e la birra, lasciando la piccola stanza di Ipy avvolta da un'atmosfera ovattata, interrotta solo dal ronzio distante delle mosche e dal fruscio del vento tra le stuoie di canna.

​Ero sdraiato in mezzo alla sua scrivania di legno scuro, con il museruolo appoggiato sopra una tavoletta di argilla ancora fresca. Ipy era seduto per terra, con le spalle poggiate al muro e le ginocchia tirate al petto. La sua mano, lenta e ritmica, mi passava tra le orecchie, scendendo lungo la spina dorsale. Sapevo che non era un gesto di puro affetto: era il suo modo di cercare un punto d'ancoraggio mentre la sua mente affondava nella paura.

​«Se parliamo, Tepeznef...» mormorò Ipy a bassa voce, quasi temesse che le pareti d'intonaco potessero ascoltarlo. «Se diciamo al Maestro Khensu o al Faraone che l'odore sulle bende rubate appartiene alla guardia personale di Prince Kamosi... cosa pensi che succederà?»

​Non risposi con il mio solito miagolio imperioso. Chiusi semplicemente gli occhi, godendomi la carezza, lasciando che il ragazzo continuasse a riflettere. Aveva bisogno di misurare da solo il peso del mondo reale.

​«Kamosi non è un burocrate che si può punire con una multa di grano,» proseguì Ipy, e percepii le sue dita tremare leggermente sul mio collo. «È un generale. Ha centinaia di uomini armati al suo comando. Se accusiamo la sua guardia, accusiamo lui di alimentare un mercato nero di bene sacri... o peggio, di finanziare i suoi piani di guerra con le ricchezze dei defunti. E un uomo come Kamosi non si difende nei tribunali: schiaccia chiunque s'interponga sul suo cammino.»

​Il mio piccolo scriba stava iniziando a capire come funziona la vera politica. Non era più il gioco innocente delle piume nel cortile di casa. Qui una parola sbagliata sul papiro poteva significare la rovina.

​«Mio padre... mia madre... mio fratello,» sibilò Ipy, portandosi l'altra mano alla testa. «Se sbagliamo mossa, non toglieranno solo a me il titolo di Interprete. Ci distruggeranno. E te... Tepeznef, anche per te sarebbe pericoloso. Per quanto tu sia sacro, persino le divinità possono avere "sfortunati incidenti" nelle ombre del palazzo.»

​A quelle parole aprii gli occhi e alzai la testa, fissandolo con la massima severità di cui ero capace. Un incidente a me? Quel bruto di Kamosi e i suoi sgherri non riuscirebbero a prendere nemmeno una lucertola addormentata al sole, figurarsi il Favorito di Bastet.

​Mi allungai verso di lui, dando una decisa musata contro la sua guancia, lasciando una traccia del mio calore sul suo volto pallido.

​Ipy accennò un piccolo sorriso amaro, stringendo per un attimo le braccia attorno al mio corpo. «Lo so, lo so... ti sottovaluto sempre. Ma la verità è che abbiamo davanti un bivio. Se tacciamo, diventiamo complici di un sacrilegio e lasciamo che il Faraone venga ingannato. Se parliamo senza prove schiaccianti, saremo travolti prima ancora che la veridicità delle tue intuizioni venga riconosciuta.»

​Si alzò a fatica, prendendo dal banco un calamo asciutto e facendolo ruotare tra le dita stainate d'inchiostro.

​«Ci serve qualcosa di più di un semplice odore su una cesta,» concluse il ragazzo, guardando verso la porta della stanza da cui si vedeva in lontananza il grande cortile del palazzo. «Dobbiamo scoprire dove vanno a finire quelle resine e a chi servono davvero. Soltanto quando avremo l'anello di congiunzione tra la guardia e il compratore potremo parlare al Faraone. Fino ad allora, saremo solo uno scriba silenzioso e il suo gatto.»

​Soddisfatto della sua deduzione, tornai ad acciambellarmi sulla tavoletta d'argilla. Il mio piccolo Ipy cresceva in fretta. Capiva che un buon cacciatore non balza non appena vede muoversi l'erba, ma aspetta che la preda sia del tutto scoperta.

​Ben detto, piccolino, pensai, riprendendo a fare le fusa. Lasciamo che Kamosi si creda al sicuro. Più in alto sale la sua superbia, più rumorosa sarà la sua caduta quando gli caveremo gli occhi.


Capitolo 13

​Il trono del Faraone è il luogo più fresco di tutto il palazzo, grazie alle correnti d'aria che danzano tra le colonne di loto, ma per me è soprattutto il miglior osservatorio del mondo conosciuto. Ero acciambellato esattamente sulla coscia destra del mio signore, un groviglio di pelo scuro che fungeva da contrappeso vivente alla sua corona Pschent.

​Sotto di noi, il pavimento di calcite rifletteva la figura sgraziata di Principe Kamosi, il fratello del sovrano. Se il Faraone profumava di oli di sandalo e saggezza silenziosa, suo fratello emanava un odore che offendeva profondamente i miei recettori: cuoio sudato, grasso d'arma e un’ansia aggressiva che mi ricordava quella dei babbuini eccitati prima di una rissa.

​«Le spie parlano chiaro, fratello!» ruggì Kamosi, facendo sbattere i suoi schinieri di bronzo con un rumore metallico che mi fece vibrare le orecchie per il fastidio. «Gli Ittiti ammassano carri al confine. Le tribù libiche premono sulle oasi. Mentre tu ascolti il canto delle arpe, il nemico affila le lame. Dobbiamo colpire per primi. Radere al suolo i loro villaggi, portare le loro teste ai piedi di Amon!»

​Socchiusi un occhio, osservando la sua mano che tormentava l’impugnatura del khopesh. Che creatura primitiva. Gli esseri umani passano metà della loro breve vita a distruggere ciò che hanno impiegato l'altra metà a costruire. Un gatto non attaccherebbe mai una preda che non può mangiare, ma Kamosi voleva una guerra per nutrirsi di una cosa invisibile chiamata "gloria". Patetico.

​Il Faraone non rispose subito. La sua mano, ornata di anelli pesanti, scese a grattarmi delicatamente la gola. Sapevo che stava riflettendo, usando il mio battito calmo come metronomo per i suoi pensieri.

​«La guerra è un banchetto di corvi, Kamosi», rispose infine il sovrano, la voce profonda come il brontolio del Nilo durante l'inondazione. «Costa grano, uomini e stabilità. Preferisco i confini sigillati dai trattati piuttosto che dai cadaveri.»

​«I trattati sono papiro che brucia!» sputò Kamosi, avanzando di un passo.

​In quel momento, decisi che ne avevo abbastanza del suo tono arrogante. Mi raddrizzai lentamente, inarcando la schiena in uno stiramento monumentale. Sbadigliai con ostentazione, mostrando i miei denti perfetti e la lingua rosa, proprio mentre il Principe fissava il Faraone. Poi, con la precisione di un sicario, puntai lo sguardo dorato direttamente in quello di Kamosi.

​Lui si bloccò. Sapeva che ero "l'Interprete", o meglio, che lo era il mio piccolo Ipy. Ma sapeva anche che io leggevo nel suo cuore nero molto meglio di quanto lui sapesse leggere un papiro di conti.

​«E tu, piccola divinità da salotto?» ringhiò Kamosi, rivolgendosi a me con un disprezzo che mi fece arricciare i baffi. «Cosa vedi nei tuoi sogni di latte? Forse che l'Egitto si difenderà con le fusa?»

​«Vedo un uomo che urla perché ha paura che il silenzio riveli la sua mediocrità,» pensai, emettendo invece un miagolio breve e tagliente, simile a un colpo di frusta.

​Il Faraone sorrise appena. Conosceva quel suono. Era il mio segnale di allarme per le menzogne.

​«Tepeznef non è d'accordo con la tua fretta, fratello», disse il sovrano con una calma glaciale. «E nemmeno io. Prima di mandare i miei carri a morire nel deserto, devo assicurarmi che il pericolo non sia già qui, tra queste mura. C'è un'ombra di corruzione che si allunga dai laboratori degli imbalsamatori fino alle stanze del tesoro. Se l'Oltretomba è profanato, Amon ci volterà le spalle, non importa quante battaglie vincerai tu.»

​Kamosi strinse i denti così forte che sentii lo scricchiolio della mascella. Detestava essere messo in secondo piano da un "mistero di corte" e, ancor di più, da un gatto.

​«Torni ai suoi giochi, allora,» sibilò il Principe, facendo un inchino che era più un insulto che un atto di sottomissione. «Ma prega che i tuoi gatti e i tuoi scribi trovino le risposte prima che il bronzo dei nemici arrivi alla tua gola.»

​Uscì dalla sala con passi pesanti, lasciando dietro di sé una scia di energia torbida. Mi risedetti, sistemandomi meglio sulla veste di lino del Faraone.

​“Il bronzo è rumoroso, Principe Kamosi,” riflettei, tornando a chiudere gli occhi. “Ma è il veleno silenzioso che uccide i re. Ed è proprio quello che io e Ipy andremo a stanare domani.”

​Il mio signore sospirò e mi baciò la sommità della testa. Sapeva che, finché avessi fatto le fusa, il trono era ancora al sicuro. Per ora.


Capitolo 14

Lo scriptorium era immerso in quella quiete sospesa che precede il sorgere del sole. L’aria odorava di papiro fresco e di inchiostro, e il fruscio dei calami era l’unico suono che disturbava la perfezione del mio riposo. Ero acciambellato sul tavolo di Ipy, con la coda avvolta attorno alle zampe e gli occhi socchiusi: una posa che, a corte, chiamano “maestosa contemplazione”. In realtà, stavo semplicemente dormendo.

Ipy era chino sui papiri, intento a ricopiare un decreto del Faraone. Ogni tanto lanciava un’occhiata al mio fianco, come per assicurarsi che fossi ancora lì. Da quando aveva ricevuto il titolo di Interprete dei Segni Reali, il ragazzo era diventato più nervoso del solito. Troppa responsabilità per un umano con mani tremanti.

Khensu, dall’altra parte della stanza, borbottava tra sé e sé mentre cercava un rotolo smarrito. «Dove l’ho messo… per Thot, questo posto è un labirinto…»

Fu allora che la porta dello scriptorium si spalancò con un colpo secco.

Uno schiavo del palazzo, il volto pallido come calcare fresco, irruppe dentro ansimando. Aveva la tunica stropicciata, gli occhi spalancati e un tremito evidente nelle mani.

«Maestro Khensu…» balbettò, piegandosi in un inchino maldestro. «È accaduto un… un disastro.»

Ipy si alzò di scatto. «Che succede?»

Lo schiavo inghiottì a vuoto. «Il… il Principe. Il figlio del Faraone. Il giovane Nebet-Hotep… è scomparso.»

Il calamo cadde dalle mani di Ipy, macchiando il papiro con una goccia d’inchiostro che sembrò esplodere come una macchia di sangue.

Khensu si immobilizzò. «Scomparso? Un principe non scompare.»

«No, Maestro…» lo schiavo tremava. «Le guardie hanno trovato la sua stanza vuota. La finestra aperta. E… e un sigillo spezzato sul pavimento. Il Faraone è furioso. Ha ordinato di convocare tutti gli scribi e gli investigatori. Ha detto che… che vuole anche il gatto.»

Ipy mi guardò. Io lo guardai. Khensu guardò entrambi.

«Il gatto?» ripeté Khensu, incredulo. «Il Faraone ha chiesto esplicitamente il gatto?»

Lo schiavo annuì con un movimento brusco. «Ha detto: “Portatemi Tepeznef. Se gli dèi hanno messo la verità nei suoi occhi, che sia lui a trovarmi mio figlio.”»

Ipy si avvicinò a me, la voce rotta dall’ansia. «Tepeznef… questo non è un furto di grano. Non è un amuleto caduto. È il figlio del Faraone. Se sbagliamo…»

Mi stiracchiai con lentezza, come se la gravità della situazione fosse solo un dettaglio irrilevante. Poi balzai sul pavimento, atterrando con la grazia che solo un prescelto di Bastet può vantare.

Mi avvicinai allo schiavo e annusai l’aria attorno a lui. Odore di sudore, paura, polvere di corridoio… e qualcos’altro. Un aroma pungente, metallico, che non apparteneva allo scriptorium.

Un odore che avevo già sentito.

«Tepeznef…?» sussurrò Ipy.

Mi voltai verso di lui e miagolai una sola volta, un suono breve e tagliente come un ordine militare.

Khensu si raddrizzò, improvvisamente consapevole della gravità del momento. «Ipy. Prendi la tua borsa. Il Faraone vi aspetta. E questa volta… non si tratta di un enigma da risolvere. Si tratta del destino del regno.»

Ipy annuì, pallido ma determinato.

Io mi avviai verso la porta, la coda alta come una bandiera di guerra.

Il rapimento del Principe non era solo un crimine. Era un affronto agli dèi, un insulto al trono, un atto di audacia che nessun umano avrebbe mai osato compiere senza un piano perfetto.

E se c’era un piano perfetto… allora c’era una mente pericolosa dietro.

Una mente che, finalmente, avrebbe avuto l’onore di misurarsi con la mia.

Capitolo 15

​Khensu scattò in piedi con un'agilità sorprendente per la sua età, facendo volare via un papiro non ancora asciutto. Ipy fu subito dietro di lui, e io non persi un solo istante: con un balzo fluido ero già davanti a tutti, guidando la corsa lungo il lungo corridoio affrescato che conduceva agli appartamenti reali.

​L'aria nel palazzo era diventata d'un tratto elettrica, pesante. Il silenzio pomeridiano era stato rimpiazzato da un brusio lontano di urla e ordini impartiti a gran voce. Ma c'era qualcosa di strano in quel corridoio secondario. Troppo deserto. Le guardie di pattuglia erano misteriosamente assenti.

​Fu un istante. I miei baffi captarono uno spostamento d'aria improvviso, accompagnato dal medesimo lezzo rancido di cuoio e bronzo arrugginito che avevamo fiutato ai laboratori.

​«Attenti!» tentai di miagolare, ma dalla penombra di una nicchia balzò fuori una figura massiccia, interamente avvolta in un mantello di lino grezzo e con il volto coperto da una maschera di cuoio.

​L'aggressore ignorò completamente Khensu e Ipy. Non voleva lo scriba, non voleva il vecchio maestro. I suoi occhi scuri, pieni di una cieca e disperata determinazione, erano fissi solo ed esclusivamente su di me.

​Una mano enorme, calzata in un guanto rigido, si allungò con una velocità letale per afferrarmi la collottola. Volevano isolare il Faraone. Volevano togliergli i suoi "occhi".

​Accettai la sfida. Invece di scappare, mi appiattii al suolo, feci sfilare la sua mano a un millimetro dal mio pelo e soffiai furiosamente, sfoderando tutti e venti gli artigli sacri. Con un balzo laterale gli graffiai il polso scoperto, strappando carne e stoffa, ma il bruto non si fermò: ringhiò dal dolore e allungò l'altra mano, bloccandomi la via di fuga verso il fondo del corridoio. Ipy urlò il mio nome, cercando disperatamente di interporsi, ma l'uomo lo spintonò via con un braccio, facendo ruzzolare il mio povero scriba contro la parete d'intonaco.

​«Lascia stare il gatto!» gridò una voce inattesa.

​Era lo schiavo. Invece di fuggire a gambe levate come avrebbe fatto chiunque altro, il ragazzo aveva afferrato una delle alte torciere di bronzo che illuminavano il passaggio. Senza esitare, scagliò la testa della torcia, carica di pece ardente, direttamente contro il volto dell'aggressore.

​Ci fu un sibilo terrificante, seguito da un odore istantaneo di peli e stoffa bruciata.

​L'uomo mascherato emise un urlo disumano, accecato dalle fiamme e dal fumo denso. Si portò le mani al volto, battendo ritirata alla cieca verso la scalinata delle cucine, lasciando dietro di sé una scia di fumo e di carne bruciata.

​Il silenzio tornò nel corridoio, interrotto solo dai colpi di tosse di Khensu e dal respiro affannato dello schiavo, che teneva ancora in mano l'asta di bronzo annerita.

​Mi ricompattai immediatamente, rizzando il pelo per sembrare il doppio della mia stazza, anche se il mio cuore batteva rapido come le ali di un colibrì. Mi avviai verso Ipy, che si stava rialzando a fatica astenendosi dal gemere, e gli strofinai con vigore la testa contro il fianco per assicurarmi che stesse bene.

​«Hanno... hanno cercato di prendere te,» mormorò Ipy, guardando la chiazza di pece bruciata sul pavimento e poi i miei occhi. «Il rapimento del piccolo Hori era solo un'esca per farci uscire al scoperto.»

​Guardai lo schiavo, che tremava dalla testa ai piedi per l'audacia del suo gesto. Gli dedicai un lungo e solenne ammiccamento. Quel ragazzo si era appena guadagnato la mia eterna protezione e, non appena questa storia fosse finita, una doppia razione di carne dalle cucine reali.

​“Hanno commesso un errore fatale,” pensai, guardando verso la scalinata buia dove il sicario era scomparso. “Hanno toccato il mio scriba, hanno cercato di catturare me e hanno portato preoccupazione all'interno del palazzo, chiunque sia stato ha appena firmato la sua condanna.”

Capitolo 16

La grande sala del trono era una polveriera. L’aria, solitamente profumata di sandalo, bruciava per la concitazione. Guardie Reali correvano in ogni direzione, la Regina era sorretta dalle sue ancelle in preda alle lacrime e il Faraone stava in piedi davanti al seggio di calcite, la mano serrata sull'elsa d'oro del suo pugnale. Il piccolo Nebet non si trovava da nessuna parte.

Io, tuttavia, preferii non fare un ingresso trionfale. Con un balzo impercettibile, mi ero arrampicato sulla sporgenza di un capitello a forma di loto, quattro metri sopra i loro capi. Nascosto tra l'ombra delle colonne e i rilievi dipinti, dominavo la scena. Sotto di me, la rete si stava stringendo.

Maestro Khensu e Ipy avanzarono a passo rapido, scortati dallo schiavo con le mani ancora macchiate di fuliggine. Un mormorio si diffuse tra i cortigiani.

«Khensu!» tuonò il Faraone, la voce rotta dalla disperazione. «Avete notizie di mio figlio? I palazzi sono setacciati ma di lui non c'è traccia!»

«Mio Signore,» rispose il vecchio maestro piegando la schiena, mentre Ipy cercava disperatamente con lo sguardo la mia figura (senza trovarmi, il che mi fece sorridere tra me e me). «Non abbiamo ancora notizie del principe, ma l'allerta nei corridoi non era un caso: era una manovra per creare il caos e distrarre la guardia reale.»

Il Principe Kamosi, a capo dei suoi ufficiali, fece un passo avanti. La sua faccia era una maschera di tensione e rabbia male trattenuta.

«Una manovra?» ruggì Kamosi. «E allora dove si trova il Favorito di Bastet? Perché l'Interprete si presenta al tuo cospetto senza la bestia sacra?»

Khensu si finse sorpreso: «Il gatto reale è...»

«È stato rapito!» interrompette Kamosi con foga, muovendo il braccio verso la folla con un'enfasi teatrale. «Un attacco sacrilego! Dei sicari lo hanno catturato nei corridoi per privare il Faraone dei suoi presagi! Dobbiamo sigillare le porte ed eseguire una perquisizione immediata!»

Un silenzio di tomba calò improvvisamente sulla sala.

Ipy alzò lentamente il capo. Nei suoi occhi non c'era più la paura dello scriba apprendista, ma la fredda lucidità di chi ha capito l'inganno.

«Mio Principe...» disse Ipy, con una voce che risuonò nitida in tutto il salone. «Noi siamo appena arrivati dal corridoio degli appartamenti secondari. Nessuno sa ancora dell'aggressione che abbiamo subito. Come fate a sapere che qualcuno ha tentato di catturare Tepeznef?»

Kamosi si bloccò a metà gesto. Il suo volto, da rosso per la foga, diventò d'un tratto del colore della cenere.

«Io... le mie guardie...» balbettò il Principe, incrociando lo sguardo del Faraone. «I report delle pattuglie riferiscono di...»

«Nessuna guardia era in quel corridoio, Kamosi,» lo interruppe il Faraone, la cui voce era diventata una lama di ghiaccio. «Ho richiamato io stesso le sentinelle per cercare mio figlio. L'unico uomo presente in quel passaggio era l'aggressore. Un uomo che porta ora sul volto il marchio della pece ardente.»

Kamosi fece un passo indietro, la mano che tremava visibilmente sull'impugnatura del khopesh. Gli sguardi di tutta la corte e dei suoi stessi soldati si piantarono su di lui. Il panico, cieco e rovinoso, prese il sopravvento.

«È una cospirazione!» urlò il Principe, sguainando la lama con un gesto disperato. «Vogliono incastrarmi!»

Spintonò due guardie della scorta reale, facendole cadere sul pavimento di calcite, e si diede a una fuga precipitosa verso la porta dei giardini, seguito da un pugno di fedelissimi.

Dall'alto del mio capitello, emisi un soffio sommesso e mi preparai al balzo.

“Kamosi ha usato la scomparsa di Nebet per depistare tutti e tentare di eliminare me,” pensai, mentre la sala esplodeva nel caos. “Ma se Kamosi sta fuggendo, significa che il piccolo principe è il suo ostaggio. E io troverò entrambi.”


Capitolo 17

Il cortile interno era un vortice di torce e grida. Guardie Reali in armatura correvano in tutte le direzioni senza una meta precisa, mentre gli ordini dei capitani si sovrapponevano al galoppo dei cavalli. In mezzo a quel caos di uomini accecati dal panico, io muovevo i miei passi con la precisione di un'ombra.

Scesi dal capitello con un balzo elastico, atterrando privo di rumore alle spalle di Ipy. Lo sfiorai con la coda sulla polpaccio per segnalargli la mia presenza. Il mio scriba si voltò d'scatto, gli occhi spalancati per la sorpresa e il sollievo, e si chinò subito verso di me mentre ci allontanavamo dal centro della sala per ripararci sotto il porticato dei papiri.

«Tepeznef! Per gli dei, eri lassù!» mormorò Ipy a bassa voce, il fiato ancora corto per la tensione. Poi la sua espressione cambiò, facendosi d'un tratto affilata e concentrata. Si guardò intorno per assicurarsi che nessuno potesse sentirci.

«Ascoltami,» disse, sfiorandomi la testa con le dita tremanti. «Kamosi non ha improvvisato nulla. Adesso tutto ha senso. Ricordi i primi furti che abbiamo scoperto? Le scorte di grano sparite dai granai reali, il lino finissimo e le resine rubate dai laboratori degli imbalsamatori... Non erano semplici atti di avidità o contrabbando. Erano prove generali!»

Lo fissai senza battere ciglio, spronandolo con lo sguardo a continuare. Il mio piccolo scriba stava cucendo insieme la trama.

«Kamosi aveva bisogno di testare le falle nella sicurezza del palazzo e della sponda occidentale,» continuò Ipy, abbassando ancora di più il tono. «Voleva capire quali passaggi secondari fossero meno sorvegliati, quanti uomini servissero per spostare un carico senza fare rumore e come distrarre i sacerdoti e i capitani della guardia. Il grano gli serviva per sfamare i suoi mercenari nascosti nel deserto, le resine e il lino per allestire un covo sicuro o scambiarli con armi... Ma soprattutto, quei furti gli sono serviti per studiare come muoversi senza lasciare tracce.»

Emisi un miagolio profondo, approvando la sua intuizione. Esatto, mio piccolo scriba. Quei piccoli crimini non erano il fine, ma la preparazione per il colpo più grande: il rapimento dell'erede al trono.

«Se Kamosi ha portato via il principe,» concluse Ipy, stringendo le mani a pugno, «non lo ha fatto attraverso le porte principali. Ha usato la stessa rotta clandestina che usavano le sue guardie per far uscire le casse di resina e le sacche di grano. Dobbiamo seguire quell'odore, Tepeznef. La strada che portava ai depositi segreti è la stessa dove ora sta trascinando il principe.»

Feci una breve e decisa fusa sul suo braccio. Non c'era tempo da perdere. Kamosi aveva un vantaggio, ma non conosceva i passaggi sotterranei e gli anfratti bui del palazzo come li conoscevo io.

“In cammino, Ipy,” pensai, puntando il muso verso i passaggi di servizio della servitù che conducevano ai vecchi magazzini sotterranei. “I ladri di grano pensavano di essere astuti, ma si sono dimenticati che i gatti vedono benissimo anche al buio.”

CAPITOLO 18


I cunicoli sotterranei del palazzo odoravano di terra umida e limo accumulato dalle inondazioni del Nilo. Più scendevamo, più il rimbombo degli ordini delle guardie si faceva lontano, sostituito dal gorgoglio costante dell'acqua che scorreva a pochi passi da noi.

Sfilai nell'oscurità a passo felpato, con Ipy che mi seguiva quasi a tentoni, una mano appoggiata alla parete di mattoni crudi per non perdere l'equilibrio. All'improvviso, una folata di aria fresca e il lezzo inconfondibile di pesce essiccato e pece ci avvisarono che eravamo vicini. Il passaggio terminava in una gola rocciosa e nascosta, un banchina di pietra sconosciuta alle mappe ufficiali del palazzo: il porto segreto usato per il contrabbando.

Ci appiattammo dietro una catasta di vecchie botti d'olio. A pochi metri da noi, nell'acqua scura di un canale secondario collegato al fiume, dondolava una feluca nera, priva di stendardi reali e con le vele raccolte.

Sulla banchina, illuminati solo da una lanterna schermata, tre uomini di Kamosi stavano completando le operazioni di carico. Tra di loro c'era l'aggressore del corridoio, con la metà del volto tragicamente fasciata da panni sporchi per coprire l'ustione della torcia.

«Sbrigatevi, idioti!» sibilò il sicario ustionato, guardandosi le spalle con fare ossessivo. «Il Principe Kamosi sta depistando le guardie nei giardini nord, ma tra poco si ricongiungerà a noi via terra. Se il Faraone scopre questo canale, siamo morti prima di prendere il largo!»

I due mercenari stavano sollevando a fatica una pesante cassa di cedro, fasciata con corde di canapa rinforzate. Non era un carico qualunque: sulle pareti di legno erano praticati minuscoli fori per l'aria.

Un colpo sordo e un pianto soffocato provennero dall'interno della cassa.

Ipy, al mio fianco, trattenne il fiato e mi strinse la spalla fino a farmi quasi male. Nebet. Il piccolo principe non era stato ucciso; era lì dentro, legato e imbavagliato, destinato a diventare la merce di scambio di Kamosi per ricattare il Faraone o assicurarsi un regno sulle terre del nord.

I mercenari caricarono la cassa sul ponte della feluca con un tonfo cupo.

«Controllate i nodi e preparate i remi,» ordinò il sicario fasciato, salendo a bordo e dirigendosi verso la prua. «Appena Kamosi arriva a cavallo, tagliamo gli ormeggi e puntiamo verso il Delta.»

Ipy si sporse leggermente, il volto smagrito dalla paura ma gli occhi accesi di determinazione. «Dobbiamo tornare a chiamare le guardie...» mormorò al mio orecchio.

Gli diedi una zampata sulla caviglia e scossi la testa con decisione. Niente affatto, mio piccolo scriba. Se andiamo a chiamare i soldati, la nave salperà prima del loro arrivo e perderemo il principe per sempre.

Feci un cenno con il muso verso la poppa dell'imbarcazione. Una gomena d'ormeggio penzolava nell'acqua vicino a una pila di ceste di papiro stipate a bordo.

Senza attendere il suo parere, mi piantai sulle zampe posteriori e spiccai un balzo silenzioso, atterrando come un soffio di vento sopra le ceste. Un secondo dopo, sentii il rumore leggero delle calzature di lino di Ipy: mi aveva seguito, scivolando lungo la corda e raggomitolandosi nel buio accanto a me, nascosto dietro le ceste di scorta.

Ero accovacciato nell'ombra, i muscoli tesi e i baffi vibranti. La nave si mosse leggermente sotto il nostro peso.

“Bene, Principe Kamosi,” pensai, guardando la cassa dove il piccolo Nebet era prigioniero. “Pensavi di fuggire via fiume con il tuo trofeo. Non sai che a bordo hai appena imbarcato il tuo peggiore incubo.”

Capitolo 19


L’imbarcazione si staccò dalla banchina con un sospiro d'acqua morta. Sentii il legno scricchiolare sotto la spinta dei remi e il vento della notte alzarsi lungo il corso del Nilo, portando con sé l'odore fresco del fiume mescolato a quello rancido della pece di bordo.

 Il Principe Kamosi era balzato a bordo all'ultimo istante, la tunica impolverata e il volto tirato da una furia cieca. Dalla nostra nicchia tra le ceste di papiro, io e Ipy lo vedemmo camminare su e giù per il ponte, mentre i tre mercenari manovravano la vela per prendere il largo verso nord.

   «Muovetevi, cani!» sibilò Kamosi, stringendo l'elsa del suo khopesh. «Se il vento regge, all'alba saremo fuori dalla portata delle vedette reali. E con il ragazzo come garanzia, mio fratello piegherà la testa alle mie condizioni.»

   Ipy mi toccò la schiena con dita tremanti. Dalla cassa di cedro, posizionata al centro del ponte sotto un telone incatramato, arrivavano piccoli colpi soffocati. Il piccolo principe Nebet era vivo, ma il tempo stringeva: non appena la nave avesse raggiunto il centro del fiume, sarebbe stato impossibile scappare.

   Ci serviva un diversivo. Qualcosa di tipicamente felino.

   Mi sfilai da dietro le ceste con la grazia liquida di una pantera, muovendomi lungo la sponda d'ombra dell'imbarcazione. Ipy capì al volo: con la cautela di un gatto selvatico, sgattaiolò verso il fondo della prua, dove la gomena di riserva e i barili d'acqua dolce erano stipati vicino alla cassa prigione.

   Scovai ciò che cercavo vicino alle gambe del mercenario ustionato, che stazionava alla pala del timone. Una pesante lanterna di bronzo contenente olio d'oliva era appesa a un gancio di legno sopra una pila di cime asciutte.

   Con un balzo silenzioso, salii sul bordo del parapetto. Fissai il sicario con i miei occhi dorati nell'oscurità, attendendo che la feluca imbardasse leggermente su una secca di sabbia. Poi, con una zampata precisa e calcolata, colpii la lanterna.

   Il contenitore di bronzo cadde sulle cime asciutte, spezzandosi e rovesciando l'olio bollente insieme alla fiamma viva. In un secondo, un ruggito di fuoco e fumo denso divampò a poppa.

   «Fuoco! Il fuoco a bordo!» urlò il timoniere, manovrando la pala nel panico e facendo sbandare pericolosamente la feluca.

   «Deficiente! Spegnilo subito!» ruggì Kamosi, correndo verso poppa insieme agli altri due mercenari per soffocare le fiamme prima che intaccassero la vela.

   Quella fu la nostra occasione.

   Mentre i quattro uomini imprecavano e gettavano secchi d'acqua sul ponte, Ipy scattò verso il telone. Con il pugnale da scriba che portava sempre con sè, tagliò con furia le corde che sigillavano la cassa di cedro. Sollevò il pesante coperchio e tirò fuori il piccolo Nebet, spaventato e con i polsi legati, ma sano e salvo.

   «Zitto, mio principe, sono Ipy,» mormorò lo scriba, tagliando i laccetti di cuoio e prendendo il bambino tra le braccia.

   Io balzai direttamente in cima alla cassa aperta, emettendo un soffio potente per mostrare i denti nell'oscurità.

   “Corri, piccolo scriba!” pensai, mentre la feluca virava bruscamente verso la riva rocciosa per evitare il fuoco. “Il fiume è nostro, e la trappola si è appena chiusa!”

Tutti e tre ci buttammo in acqua - a proposito, non è vero che i gatti hanno paura dell'acqua - e raggiungemmo la riva. Da lontano udimmo i carri del Faraone: la nostra salvezza! Kamosi non poteva certo tornare indietro a prenderci!


Capitolo 20

​La traversata a nuoto fu breve ma intensa, l'adrenalina mi fece muovere le zampe a una velocità portentosa. Raggiungemmo la sponda di limo mentre dietro di noi la feluca continuava a bruciare, illuminando la notte di bagliori rossastri.

​In quello stesso istante, dal folto del canneto emersero le torce e i cavalli della Guardia Reale, guidati dal Faraone in persona e da Maestro Khensu. Le grida di soccorso di Ipy e il chiarore dell'incendio avevano guidato i soccorsi direttamente al punto d'approdo.

​«Mio figlio!» gridò il Faraone, balzando giù dal carro prima ancora che i cavalli si arrestassero.

​Ipy depositò il piccolo Nebet ai piedi del sovrano. Il bambino, pur tremante di spavento, corse ad abbracciare il padre, mentre i soldati si precipitavano a circondare la feluca incagliata, catturando Kamosi e i suoi mercenari prima che potessero disperdersi nel deserto.

​Mi arrampicai su uno scoglio asciutto, iniziando a leccarmi con la massima urgenza per eliminare ogni traccia di acqua del Nilo dalla mia pelliccia.

​Il Faraone si inginocchiò davanti a Ipy, ponendogli una mano sulla spalla, per poi voltarsi verso di me con uno sguardo carico di una gratitudine che andava oltre i riti di corte.

​«Avete salvato l'erede d'Egitto,» disse il sovrano, la voce rotta dall'emozione.  ​Il Faraone si chinò e mi sfiorò la testa con immenso rispetto.

​«...Tepeznef, avrai un collare d'oro massiccio e il diritto di riposare sul trono del Faraone ogni volta che lo desideri.»

​Ipy mi guardò e nei suoi occhi vidi la stessa intesa di sempre. Ce l'avevamo fatta. Il complotto era sventato, il principe era salvo e la nostra posizione a corte era ormai inattaccabile.

​Mi sedetti con solennità sulla roccia, emettendo una fusa profonda e soddisfatta.

​“Un collare d'oro e il trono,” pensai, chiudendo gli occhi nella notte egiziana. “Un compenso minimo per chi ha appena salvato un regno. Ma per stasera, mio piccolo scriba, accontentiamoci di una ciotola di latte e di un po' di meritato riposo.”


Il ritorno a palazzo non ebbe nulla del silenzio felpato delle nostre incursioni notturne. Fu un trionfo di fanfare di bronzo, stendardi di lino dorato e fumi d'incenso che salivano verso i soffitti affrescati della Sala della Calcite.

Ero adagiato su un cuscino di seta rossa posizionato esattamente a destra del trono. Il mio nuovo collare d'oro massiccio, cesellato con la figura di una leonessa cacciatrice, era meravigliosamente pesante, anche se un tantino rigido sulle prime. Ma la dignità, si sa, richiede qualche piccolo sacrificio.

Dinnanzi alla corte riunita al gran completo – con i nobili, i generali e i sacerdoti disposti lungo le colonne del palazzo – stazionavano il Maestro Khensu e il mio piccolo Ipy. Kamosi e i suoi sgherri erano già stati scortati incatenati verso le miniere del sud, e l'aria della sala era finalmente pulita, priva di quel lezzo di ambizione e tradimento.

Il Faraone alzò lo scettro, e il brusio della folla si spense all'istante.

«Per tre decenni,» esordì il sovrano, la voce solenne che rimbombava tra le pareti di pietra, «il Maestro Khensu ha custodito la parola scritta, la stabilità dei granai e la memoria del nostro regno. Ha servito mio padre e ha servito me con incrollabile fedeltà. Ma persino il calamaio più solido ha diritto di riposare.»

Khensu fece un profondo inchino, il volto segnato dagli anni ma disteso in un sorriso di serena gratitudine. La fatica della notte passata si leggeva sulle sue spalle, eppure nei suoi occhi c'era l'orgoglio di chi sa di aver compiuto il proprio dovere fino all'ultimo.

«È giunto il momento che il Maestro si ritiri nelle sue terre a nord, dove il Nilo dona i frutti più dolci,» proseguì il Faraone, facendo un gesto con la mano. «Ma la corona non può rimanere senza una guida per i suoi segreti. Pertanto, per aver sventato il complotto, smascherato la corruzione e tratto in salvo l'erede al trono Nebet, io nomino Ipy nuovo Gran Scriba Reale e Custode dei Sigilli.»

Ipy fece un passo avanti. La sua tunica di lino bianco era intonsa, la schiena dritta come una colonna del tempio di Karnak. Eppure, vedevo benissimo il piccolo tremore che gli agitava le mani mentre si inginocchiava davanti al Faraone per ricevere il pettorale di carica e il calamo d'oro.

«Questo ruolo,» aggiunse il Faraone con un leggero sorriso, lanciandomi un'occhiata d'intesa, «ti viene conferito con la piena ratifica e benedizione del Favorito di Bastet, senza il quale nessun segreto rimarrà mai nascosto in questo palazzo.»

Ipy si rialzò, voltandosi verso la corte che applaudiva con venerazione. Il suo sguardo cercò subito il mio. Nei suoi occhi non c'era più l'incertezza del ragazzo del quartiere degli artigiani, ma la consapevolezza del suo nuovo valore.

Mi alzai dal cuscino di seta, camminai con aristocratica lentezza lungo la gradinata del trono e andai a posizionarmi esattamente al suo fianco, strofinando il muso contro la sua mano.

Ipy sorrise e la sua mano si mosse automaticamente a grattarmi nel mio punto preferito, proprio dietro le orecchie, incurante dell'etichetta rigida della corte.

«Il Maestro Khensu va in pensione, piccolo scriba,» pensai, facendo le fusa così forte che persino i sacerdoti in prima fila potettero udirle. «Ma il nostro lavoro è appena iniziato. E finché io avrò un'ombra da seguire e tu un papiro su cui scrivere, l'Egitto non avrà nulla da temere.»


- Fine, ma tranquilli Tepeznef tornerà presto con una nuova vita...ehm, indagine da raccontare - 







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