Mattia contro il colpo di stato - Prima Parte

 




IL COLPO DI STATO

Roma, 2069


Mattia stava guardando alla Tv il servizio del telegiornale riguardante il neo-eletto Presidente della Repubblica Saverio Caltanissetta che di lì a poco avrebbe tenuto il suo discorso di insediamento davanti alle Camere riunite.

Per un attimo lo sguardo di Mattia indugiò sulle foto sopra la mensola del camino e su una in particolare,quella che ritraeva suo padre Samuel quando trent’anni prima era stato eletto a sua volta alla massima carica dello Stato.

Massimiliano si avvicinò silenziosamente e cinse Mattia con un braccio: “Stai pensando a tuo padre?”

“Sì…”

“Pensi che Caltanissetta possa essere alla sua altezza?”

“Amore, dopo mio padre ce ne sono stati tanti altri altri…”

“Ma nessuno sarà mai come lui…”

“Caltanissetta è molto bravo, è preparato, certo, non è giovane, ma ha dalla sua molta esperienza, sono convinto che sarà un ottimo Presidente.”

“Eh dimmi, tu ci hai mai fatto un pensiero?”

“Io Presidente della Repubblica? Ma cosa dici mai, già non volevo fare il presidente della Corte Costituzionale, l’incarico di Presidente della Repubblica è troppo politico per i miei gusti.”

“Però, tesoro, nemmeno Presidente della Corte Costituzionale è cosa da poco…”

“Appunto…”

“Dai mettiamoci a sedere.”

Mattia e Massimiliano si accomodarono sul divano dello studio che si affacciava sulla piazza del Quirinale. 

Mattia, come era tradizione, aveva deciso di alloggiare negli appartamenti presidenziali, che per lui e Massimiliano erano anche fin troppo grandi. Una brutta influenza lo aveva costretto ad un riposo forzato: al Quirinale, ad assistere alla cerimonia di insediamento di Caltanissetta avrebbero partecipato gli altri membri della Consulta. In mattinata lui e il neo-eletto presidente avevano avuto un cordiale colloquio telefonico: nei giorni seguenti Caltanissetta avrebbe fatto visita a Mattia.

Una volta terminato il servizio giornalistico che aveva riassunto la carriera politica di Caltanissetta in pochi minuti - troppo pochi secondo Mattia che di lui aveva grande stima - il tg era tornato in diretta: Caltanissetta, scortato dal servizio d’ordine della Camera stava facendo il suo ingresso a Montecitorio: strette di mano con i componenti dell’ufficio di Presidenza e poi via veloce verso l’aula. Inizialmente avrebbe preso posto vicino alla Presidentessa della Camera, l’onorevole Anna Innocenzi. Poi, una volta pronunciata la formula di rito del giuramento, si sarebbe seduto tra lei e il Presidente del Senato, Giovanni Maria Borgatti.

“Guarda che sguardo torvo ha il Presidente del Senato…” fece notare Massimiliano con una punta di malcelata ironia.

“Eh te lo credo, ci sperava di diventare lui Presidente...quel fottuto omofobo…”

“Shh...a un Presidente della Consulta non è concesso dire parolacce…”

I due scoppiarono a ridere. 

“Giuro di osservare la costituzione e le leggi…” La voce squillante di Caltanissetta si stagliava per tutta l’aula di Montecitorio quando improvvisamente venne a mancare il segnale. Nel contempo si udì all’esterno un forte boato.

Sullo schermo, dopo poco, comparvero i due giornalisti che dallo studio televisivo, stavano seguendo la diretta: i loro volti erano increduli e confusi. Sul grande monitor alle loro spalle comparve quasi immediatamente un grande cratere di fuoco e fiamme. Una potente esplosione aveva distrutto Montecitorio.

A Mattia ci vollero diversi minuti per riprendersi dalla choc. Si alzò di scatto dal divano e raggiunse il telefono che era sul tavolino lì a due passi. Sollevò la cornetta: “Muto” disse con sguardo attonito verso Massimiliano.

Improvvisamente si sentì bussare alla porta. Un brivido corse lungo la schiena di Mattia. Massimiliano si precipitò nello studio attiguo. La porta era chiusa a chiave dall’interno e prima di aprire Mattia aspettò che Massimiliano ritornasse, sapeva che era andato a prendere la loro pistola e infatti dopo pochi secondi si ripresentò con la pistola a onde elettromagnetiche che era appartenuta a Maschera e Mantello.

“E’ un po’ che non la usiamo - disse - ma credo possa fare ancora il suo dovere. Apri...piano.”

Mattia obbedì e girò prima la chiave nella toppa e poi aprì con circospezione l’imponente anta.

“Presidente. Abbiamo attivato il protocollo di emergenza. Stiamo cercando se ci sono ordigni nel palazzo, tuttavia crediamo sia più prudente per lei e il suo...compagno...rimanere chiusi nella stanza.” Il Capitano Lonardi, capo della sicurezza interna, aveva il volto visibilmente agitato. In altri tempi Mattia si sarebbe lanciato nella mischia, ma ora era differente e soprattutto sapeva che i Carabinieri agli ordini di Lonardi erano preparati.

Il pensiero però corse subito alle vittime dell’attentato, ai numerosi civili che avevano perso la vita e soprattutto a chi aveva commesso una così terribile strage. Si inginocchiò e iniziò a piangere, disperatamente.

Massimiliano si chinò e gli pose una mano sulla spalla: “Amore, non facciamoci prendere dalla disperazione, dobbiamo reagire…”

A volte la freddezza del suo compagno lo stupiva, ma sapeva, in fondo al cuore, che aveva ragione. 

I due corsero nello studio privato, dalla cassaforte Mattia estrasse una valigetta che conteneva il suo computer portatile personale, erano parecchi anni che non lo usava. Lo aveva sempre tenuto con sé perché Riccardo, poco prima di morire, gli aveva detto che quel computer, in caso di bisogno, poteva rappresentare l’unica speranza. Il computer era collegato alla base segreta di Maschera e Mantello, la Fortezza dell’Amicizia. La base ormai era chiusa da anni, fin dall’ultima missione del fantastico duo. Lì era conservata la memoria madre di Goliath, il super computer. La rete informatica di Atlantide, per ragioni di sicurezza, visto che ormai la Confraternita era stata sconfitta, era stata smantellata: troppo pericoloso lasciarla operativa, qualcuno se ne sarebbe potuto impossessare, tuttavia la Fortezza dell’Amicizia era lì, sotto casa Sanfelice, pronta a rappresentare ancora il baluardo contro ogni minaccia. 

Il computer era ad attivazione vocale.

“Codice attivazione M45KER4.” Disse con voce perentoria Mattia, dopo aver sollevato il monitor.

Il computer si accese immediatamente.

“Bentornato, signor Rosetti, come posso aiutarla.” La voce metallica di Goliath rappresentò un sollievo per i due.

“Goliath, sono veramente molto contento di sentirti, aggiornami sull’attentato a Montecitorio: numero di vittime, danni e soprattutto se ci sono superstiti e come si sta muovendo la macchina dei soccorsi.”

Dopo pochi attimi il Goliath fece il suo resoconto: “L’esplosione ha distrutto tutto il palazzo e gli edifici circostanti nel raggio di almeno 500 metri. Alcune strutture sono rimaste seriamente danneggiate, soprattutto i palazzi che si affacciano su via della Colonna Antonina e su Via Lucina. Si ipotizza un numero approssimativo di vittime attorno alle 1500 persone. Sono stati coinvolti nell’esplosione anche numerosi civili che si trovavano in zona.

Al momento non riesco a rilevare segnali di vita fra le macerie. Le squadre di pronto intervento stanno giungendo dai distaccamenti periferici di Roma. La squadra 23, 27, 45, 678 dei Vigili del Fuoco saranno a minuti sul posto.”

Massimiliano intervenne: “La situazione nelle sedi dei giornali e delle emittenti televisive? Ci sono battaglioni presenti nella capitale, dacci la loro posizione.”

Mattia lo guardò perplesso.

“Mattia, se è in atto un colpo di stato, la prima cosa che si fa è porre sotto controllo i mezzi di comunicazione e muovere l’esercito.”

“Massy...ma è anche la procedura proprio per prevenire un colpo di stato in caso di attentati su larga scala…”

I due si guardarono attoniti: se davvero qualcuno aveva messo in atto un golpe avrebbe avuto mano libera.

“Il battaglione Aquila e Ventotene si stanno dirigendo verso gli studi Rai.” Disse Goliath.

“Riflettiamo - Mattia cercò di mantenere la calma - se fosse un colpo di stato militare l’esercito non si starebbe muovendo ora…”

In quel momento squillò il telefono della scrivania. La chiamata proveniva dall’Ufficio del Capitano Lonardi.

“Presidente, da una prima perlustrazione il palazzo risulta sicuro. Ma come prevede il protocollo di emergenza dobbiamo riunire i funzionari sopravvissuti, alla tenuta di Castelporziano.”

Nel mentre Massimiliano aveva attivato il vivavoce e dopo aver ascoltato le parole del Capitano scosse la testa in segno di diniego.

“Da Roma non me ne vado, non scappo...gli altri membri della consulta dove sono?”

“Gli altri giudici sono ancora al Quirinale.”

Massimiliano attivò per attimo il “muto”.

“Se ci fossero state altre bombe sarebbero esplose...non sappiamo di chi fidarci…”

Mattia era dello stesso avviso. Riattivò il telefono e disse: “Capitano. Io rimango qui. E gli altri giudici sono più al sicuro al Quirinale. Fate uscire tutti i dipendenti.”

Riattaccò.

“Se fosse in atto un colpo di stato avrebbero interrotto tutte le comunicazioni....” Disse rivolgendosi a Massimiliano, in attesa forse di qualche consiglio.

“Fino ad ora da qui non abbiamo chiamato nessuno.”

“Hai ragione.” Mattia pigiò un altro tasto sul telefono per avere la linea diretta con il Quirinale.

Non rispondeva nessuno.

“Goliath, mettimi in contatto diretto con il posto di Guardia.”

Goliath passò la chiamata sul vivavoce del computer.

“Pronto, sono il Colonello Osvaldi…”

“Colonnello, sono il Presidente Rosetti. Come è la situazione…"

“Ho radunato i giudici e gli altri funzionari come prevede il protocollo di emergenza per…”

“Rimanete lì dove siete, credo sia più sicuro che girare per tutta Roma. Chiami subito gli artificieri per bonificare, per quanto possibile il palazzo, io vi raggiungo.”

“Speriamo di aver fatto la scelta giusta.” Disse una volta terminata la telefonata.

“L’hai fatta, amore...se anche ci fossero altre bombe, anche facendoli uscire, non ci sarebbe scampo. Non hanno usato due candelotti di dinamite…piuttosto...sei sicuro di voler andare lì.”

“Non mi piace stare con le mani in mano..e prima che qualcuno gli salti in mente di fare fesserie…”

“Ti riferisci a qualcuno in particolare?”

“Ci sono certi colonnelli che...te li raccomando…”

Mattia rimase in silenzio ancora un attimo.

“Tutto bene?” Certo, a Massimiliano la domanda parve retorica, tuttavia conosceva Mattia sufficientemente bene per sapere che stava “covando” qualcosa.

“Siamo di fronte ad un’emergenza senza precedenti, c’è bisogno dei nostri amici...io...noi...non siamo più due adolescenti, non siamo più Maschera e Mantello…”

“Intendi dire…”

“Occorre chiamare dal passato i giovani Mattia e Massimiliano e tutta la loro combriccola...non possiamo escludere che quello che è successo oggi a Roma capiti in altre città, non sappiamo chi abbiamo difronte… Ho bisogno che tu vada a Borgopianura, alla fortezza dell’Amicizia, e poi attraverso il Corridoio Atlantico ad Atlantide, riattivi la macchina del tempo e…”

“E vada indietro nel tempo a cercare aiuto...giusto?”

“Esatto…”

“E se provassi...provassimo a cambiare il passato...intercettare chi ha messo la bomba…”

Mattia sapeva quanto era pericoloso, anche se con buoni intenti, modificare il continum spazio tempo, già era piuttosto azzardato quello che aveva chiesto al compagno.

“Io non posso allontanarmi da Roma...so di chiederti tanto…”

“Hai ragione...nel caso qualcosa andasse storto, tu hai delle responsabilità. Dovremo agire separati…”

“Io non volevo dire…”

“Amore, lo sai che per te andrei all’inferno, lascia fare a me…”

Mattia e Massimiliano giocavano contro un nemico invisibile e c’era il forte rischio che la missione che Mattia aveva affidato al compagno potesse fallire, lui era rimasto l’unico di tutto l’ordinamento dello Stato, doveva rimanere a Roma e comunicare a tutti gli italiani un messaggio rassicurante: allontanarsi dalla capitale avrebbe significato resa e lasciare campo libero a chi c’era dietro a tutto quello.

Se Massimiliano avesse avuto successo, sia nel portare dal passato qualche aiuto o a modificare il tempo, tutto si sarebbe risolto.

Mattia e Massimiliano uscirono dall’ufficio privato. Massimiliano si diresse subito al parcheggio privato: avrebbe raggiunto Borgopianura in auto, ci sarebbero certo volute diverse ore, ma era meglio viaggiare da solo: se c’erano degli infiltrati nell’apparato dello Stato non poteva fidarsi di nessuno. Poi con sè aveva il computer portatile di Mattia: un valido aiuto e…un buon compagno di viaggio, oltre ovviamente alla pistola a onde elettromagnetiche, l’unica arma in loro possesso.

Mattia raggiunse il posto di comando di vigilanza interna della Consulta: non c’era mai stata così tanta confusione.

Quando entrò nell’ufficio i militari scattarono tutti sull’attenti.

“Capitano Lonardi, devo raggiungere il Quirinale.”

Mattia incrociò il fiero sguardo del capitano: “Non ammetto discussioni” pareva dire.

Il Capitano si guardò attorno e poi disse: “Gennari, Savioni. Armatevi di tutto punto, venite con me, dobbiamo scortare il Presidente al Palazzo”


Massimiliano uscì dal passo carraio riservato ai dipendenti, non fu difficile dato che non vi era alcuna sorveglianza: non ne fu stupito, con tutto quello che era accaduto.

L’auto sfrecciò lungo vicolo Mazzarino e poi dietro Villa Carlo Alberto, percorrendo via Piacenza: sembrava una normale giornata lavorativa. Una volta immessosi su Via Del Quirinale avrebbe raggiunto la via Salaria e poi via verso Borgopianura.

Sul suo tragitto incrociò diverse ambulanze, mezzi del vigili del fuoco, dei carabinieri. Non fu facile raggiungere il casello dell’autostrada.

“Direi che ho fatto bene a rinnovare la patente, meno male che non ho dato ascolto a Mattia.” Così pensò velocemente Massimiliano. Aveva ormai settantacinque anni e a quell’età, nonostante l’incarico di Mattia, non aveva certo voglia di passare il resto degli anni a poltrire sul divano. Lui e il compagno avevano deciso che, terminato l’incarico di Mattia alla Consulta, si sarebbero ritirati finalmente a vita privata.

Mentre guidava spedito lungo il rettilineo gli capitò di fare un altro pensiero: “E’ quest’anno che Mattia, se non fosse per il contatto avuto con Riccardo, avrebbe inventato la macchina del tempo, chissà se c’entra qualcosa”. Massimiliano cercando di mantenere gli occhi sull’asfalto aprì il computer e una volta accesso chiese a Goliat: “In che giorno del 2069 Mattia completerebbe la procedura di innesto dei tubi di amarantio?”

La voce metallica di Goliath rispose quasi all’istante: “23 marzo”

“Ma è oggi.”

Era evidente che l’attacco al Parlamento non era casuale. Chiamò subito Mattia: “Goliath mettimi in contatto con….” ma in quel momento Massimiliano si accorse che un gruppo di motociclisti stava sopraggiungendo a forte velocità e notando che avevano tutti la stessa divisa: giubbotto di pelle nera e casco integrale dello stesso colore; intuì di essere in pericolo.

“Goliath riesci a bloccare quelle moto?”

Certo non era sicuro che rappresentassero una minaccia, ma era meglio non correre rischi.

“Le moto sono dotate di una schermatura che impedisce ogni intervento.”

A Massimiliano non restava che provare a seminarli, ma sull’autostrada era praticamente impossibile, senza considerare che avrebbe messo in pericolo gli altri automobilisti.

“Goliath, in quale punto è possibile superare il guard rail?”

L’unica soluzione era uscire dall’autostrada e occorreva farlo prima di giungere al prossimo casello, ma Massimiliano avrebbe dovuto trovare un punto facilmente superabile: era alla guida di una normale vettura, non della Freccia della Notte.

“Al chilometro 68.”

Mancava veramente poco: Massimiliano notò in lontananza che in quel tratto il jersey di cemento era sostituito da una rete metallica. Nel tratto adiacente stavano facendo lavori per il completamento della nuova alta velocità a oscillazione magnetica.

Massimiliano accelerò, cercando di schivare le altre auto e per tutta risposta pure i suoi inseguitori fecero altrettanto, chiaro segnale che lo stavano veramente seguendo.

Massimiliano con una brusca manovra abbattè la rete e attraversò il campo in terra battuta: i misteriosi sicari sempre al seguito.

La vettura guidata da Massimiliano sfrecciava a tutta velocità, cercando di schivare gli operai al lavoro e i mezzi in movimento, mentre i misteriosi sicari travolgevano tutto quello che gli si parava davanti.

Superata l’area del cantiere e con i sei misteriosi individui sempre alle calcagna, ma che si stavano avvicinando sempre di più, Massimiliano si trovò su una strada sterrata.

“Non posso continuare a scappare.” Improvvisamente Massimiliano invertì la marcia e si diresse contro il nugolo di motociclisti, investendone un paio.

Uno di loro tirò fuori una pistola e mirò alle ruote della vettura.

Massimiliano arrestò l’auto, scese e armò la pistola alla massima potenza e protetto dallo sportello della vettura, colpì i misteriosi sicari.

Finirono tutti a terra.

Massimiliano avrebbe voluto interrogarne uno, ma non c’era tempo da perdere. Salì nuovamente in auto. Se fosse rimasto sull’autostrada sarebbe stato un facile bersaglio, l’unica soluzione, per confondere le acque, era arrivare a Borgopianura in treno, chi lo stava inseguendo magari avrebbe potuto pensare che avesse deciso di proseguire in auto, ma aveva necessità di camuffare il proprio aspetto, qualcuno lo avrebbe potuto riconoscere.





EMERGENZA



Mattia era pronto ad uscire, attorno a lui un plotone di militari armato fino ai denti: loro il compito di scortarlo fino al Quirinale.

“Tenga questo, Presidente.” Disse il Capitano Leonardi, porgendogli un giubbotto antiproiettili e un elmetto.

Mattia li indossò pensando che se avesse avuto ancora i suoi poteri non ci sarebbe stato bisogno di mettere in pericolo quei soldati, anche se erano ottimamente addestrati per quel tipo di situazioni.

“Siete pronti ragazzi?” Gridò Leonardi, in segno di incoraggiamento.

“Sii!!!” Urlarono tutti all’unisono.

Due di loro aprirono il grande portone che dava sulla piazza del Quirinale. I metri da percorrere erano pochi. A pochi passi dal palazzo presidenziale comparvero in cielo alcuni droni che iniziarono a sparare sui soldati senza dar loro il tempo di reagire, i proiettili bucarono i giubbotti di protezione. L’unico sopravvissuto Mattia che rimase inerme, in piedi fra quei cadaveri. Quasi inconsapevolmente alzò le braccia in segno di resa, quando dal portone del Quirinale partirono una raffica di colpi che fecero cadere i primi droni a terra. Mattia ne approffittò per correre al riparo, schivando i colpi di quegli aggeggi infernali.

“Presidente, presto, si metta la riparo!” Urlò un corazziere.

Mattia si diresse verso il corridoio interno, guardato a spalla da due carabinieri.

“Tutto bene Presidente?” Rebecca Tolomei, la Segretaria Generale del Quirinale, gli corse incontro.

“Salve Rebecca, tutto bene...e voi?”

“Ma che sta succedendo?” Chiese quasi in lacrime.

Mattia le mise le mani sulle spalle nel tentativo di consolarla.

“La Repubblica è sotto attacco, dobbiamo parlare al Paese.”

“Prima deve giurare come Presidente e nominare un Capo del Governo.”

Era incredibile quanto quella donna fosse ligia alle procedure anche in un momento così drammatico.

“Purtroppo il nostro ordinamento - riprese a parlare Rebecca - non prevede come negli Stati Uniti, una casistica del genere, tuttavia possiamo presupporre che lei possa essere nominato capo provvisorio dello Stato ma essendo la carica incompatibile con quella di Presidente del Consiglio, occorre una nomina apposita, in modo che poi possa essere formato un Governo di Emergenza.”

“Hai ragione, non ci deve sfuggire il controllo del Paese.”


Mattia giurò come Presidente della Repubblica davanti ai giudici della Corte Costituzionale, nominando subito dopo Alfio Quagliello, ex giudice della Consulta, come Presidente del Consiglio.


RITORNO AD ATLANTIDE


Casa Sanfelice era coperta da rovi ed erbacce. Massimiliano per un attimo si soffermò ad osservarla, ricordando la prima volta che vi mise piede, e poi quando la vide prima che diventasse un rudere, proprio durante il suo primo viaggio nel tempo. 

Massimiliano si diresse alla porta di ingresso, scostò il finto campanello: il pannello segreto rivelò una modernissima e avveniristica tastiera a impronte digitali; appoggiò il palmo della mano e la vecchia porta si aprì. L’interno della vecchia casa era completamente al buio. Massimiliano si aiutò con la luce prodotta dalla torcia del cellulare. Raggiunse quella che fu la sala da pranzo, si posizionò davanti al camino e disse la vecchia formula: “Per l’onore di Atlantide”, dopo qualche secondo la voce di Goliath disse: “Bentornato signor Santarelli” e immediatamente si aprì la botola sotto si suoi piedi; attraverso uno scivolo Massimiliano giunse al livello sottostante, nel mentre Goliath aveva riattivato tutti i sistemi energetici. La struttura prendeva energia direttamente dal Corridoio Atlantico, fortunatamente Mattia, disubbidendo agli ordini di Riccardo, non lo aveva mai disattivato, ma semplicemente ridotta la potenza, quel tanto che bastava per mantenere attivi i sistemi informatici della Fortezza dell’Amicizia.

“Qui non è proprio cambiato nulla.” Disse Massimiliano guardandosi attorno. Si sforzò di ricordare l’ultima volta che lui e Mattia erano stati lì, della loro ultima missione, ma nulla.

“Basta coi ricordi.” Pensò, era il momento di mettersi al lavoro.

“Goliath, devo ritornare ad Atlantide, riattiva il Connector.”

“Prego fornire chiave di accesso.”

“Protocollo S4F3.” Disse Massimiliano, scandendo bene le parole.

“Protocollo correttamente validato.Ci vorranno 15 minuti prima che il tunnel sia a piena energia per garantire il trasporto.”

“Quindici minuti in più o in meno non penso facciano tanta differenza. Piuttosto, non è che al mio arrivo trovo la porta sbarrata e mi tocca rimanere come un fesso sotto l’Oceano Atlantico, vero?”

“Purtroppo l’accesso alla piattaforma può essere attivata solo manualmente.”

“Andiamo bene…”

Massimiliano contò letteralmente i minuti, guardando con insistenza, a ogni giro di lancetta, l’orologio; dopo quella breve attesa, che percepì come infinita, il Connector era pronto per il viaggio.


Nei tempi passati il Connector sarebbe arrivato direttamente all’interno dell’hangar, posto alla base di una delle colonne che sorreggevano la piattaforma oceanica, ma stavolta si fermò davanti ad un gigantesco portellone di accesso.

“Ora cosa devo fare?” Chiese Massimiliano.

Pronta la risposta di Goliath, che parlò con la voce di Mattia: “Caro Massy, se sei giunto qui vuol dire che è successo qualcosa di grave, ti ricordi cosa ti dissi la prima volta che ci siamo visti?”

Massimiliano, nonostante fossero passati cinquant’anni non lo aveva certo dimenticato: “Piacere, Mattia Rosetti.”

Il portellone si aprì: il Connector proseguì il suo viaggio, fino al centro dell’immenso hangar.

Dal quel momento Goliath proseguì nelle istruzioni, che venivano diramate attraverso gli altoparlanti sparsi un po’ ovunque, ma lo faceva con la voce di Mattia.

“Ho impostato Goliath in modo che parlasse con una voce diciamo meno metallica e più amica, a seconda della persona con cui deve interloquire. Se ci sei solo tu, spero io di stare bene. Dove ti devo condurre?”

“Devo attivare la macchina del tempo e tornare almeno al 2025.”




















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